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Come ogni stanca mattina, salii sul treno della metropolitana intento a percorrere una delle tante vene di Milano. Quel luogo sotterraneo dove non arriva la luce del sole né tantomeno quella della speranza. Una luce che mancava al viso delle persone intorno a me. Visi costruiti da mode e tendenze, i nuovi agenti atmosferici dell’età contemporanea che avevano modellato le loro espressioni. Chiunque poteva esprimersi per manifestare la propria emancipazione e, proprio per questo motivo, risultavano tutti dannatamente uguali come i loro simpatici tentativi di essere unici. Io ero lì, in mezzo a loro, sullo stesso treno e nella medesima direzione. Così alzai la testa, come se sopra di me ci fosse il cielo o qualche divinità in ascolto “si può scegliere la destinazione ma non la direzione” <<già!>>. Ma anche le loro destinazioni erano determinate da fermate che qualcuno sopra di loro aveva architettato. Ce ne erano tante di fermate e ad ognuna di esse qualcuno scendeva mentre altri salivano, rincorrendo quei bisogni preconfezionati che lo stato civile spacciava loro per libere scelte. Così, grazie alla comunicazione di tendenza, la società faceva credere a quella mera massa massificante di essere speciale. Io vedevo solo automi, automi che provavano a darsi una tonalità all’interno di un mondo in cui tutti potevano tutto e in cui di conseguenza era morta anche la possibilità. Quella possibilità che non veniva data alla nostra generazione. Mi si obbietterà di non essere informato. Vero! Non sono informato, non voglio essere messo in-forma, soprattutto in una forma che ammansisce le mie inclinazioni poetiche! Pensare che l’uomo è l’animale poetico per eccellenza, l’animale che immagina, crea e sogna! No, meglio usufruire dei sogni altrui, è più facile. Siamo alieni a noi medesimi. Ma ben presto tornai in me, mi guardai attorno e, ridendo dalla disperazione, mi resi conto che sia a destra, che a sinistra, che di fronte, c’erano solo teste basse. Tutti erano troppo rapiti dal nuovo mondo per accorgersi che intorno a loro c’era la vita, c’era “l’altro” da osservare, descrivere, colorare ed eventualmente amare. Mi sentivo come se fossi stato introiettato in un’opera assurda di S. Beckett! Alla fine ognuno aveva il proprio Godot da aspettare o il proprio Colombre da fuggire. Eravamo impazziti come una bussola vicino ad un campo magnetico, polo d’attrazione che ognuno di loro aveva tra le mani. Una volta incontrai un tizio assai matto, una di quelle persone che se sei fortunato incontri una o due volte nella vita. Era uno dei più brillanti della mia generazione ma il peso del proprio pensiero e la paura dei suoi sogni, in un mondo dove non vi era più spazio né per l’uno né per gli altri, lo indussero tra l’impazienza e il dolore a saltar giù dal treno in corsa, prima di arrivare a destinazione. Non ho ancora capito se sia io codardo a non saltare o se sia invece ancora più incosciente a rimanere sopra il vagone dell’attesa.

S’aspettava d’aspettare senza osare
né crederci davvero. L’attesa:
il Dio di noi giovani, degli sprechi mai vissuti
nei pensieri mai espressi oppressi
e poi persi
come i sogni al mattino.

Avevo paura di svegliarmi infatti! La luce era un banco di prova per il quale non mi sentivo ancora pronto. Così la metro dove non c’è luce, le biblioteche e le gallerie d’arte dove di giorno mi nascondevo e i vicoli bui la notte, i bar e le taverne erano l’artificial Baudelairiano che mi consentiva lo spazio per poter prendere in mano l’inchiostro e la carta. Ora capisco perché agli artisti sono accostati i vizi! Qualcuno una volta disse: “in questi bassi luoghi, avrai il cielo!”. Continuai a vagare in questi “bassi luoghi” ricercando una catarsi verso il basso. Cambiai treno a Cadorna, salii sull’ultimo vagone. “gran duol mi prese al cor quando lo’ntesi, però che gente di molto valore conobbi che n’quel limbo eran sospesi”. In quel vagone c’erano altri ragazzi che ridevano. Una generazione racchiusa in un’apollinea struttura ben delineata, sfumata da quel dio che straborda il confine con le sue ebbre risate. Ad ogni generazione corrisponde un dio e, a noi toccò un dio scomodo come era scomoda la nostra generazione. Nevvero vecchi miei? Una nuova gioventù bruciata! La generazione “Limbo”! La stessa generazione che cerca riscatto attraverso l’arte e la scrittura, attraverso il sogno di crearsi da sé una nuova mitologia. Il mito che prima di noi hanno ucciso, il mito dei movimenti culturali generazionali. Ma se T. Mann ha ragione toccherà a noi Agathoi l’onere di costruire sulle loro rovine! Ma noi non siamo un fine, bensì un passaggio e un tramonto! E noi vogliamo raccontarvi come si tramonta! fummo tutti inebriati come un coro tragico, così quell’ultimo vagone urlava <<Saliamo!>>. Eravamo sulla linea rossa ed era un chiaro segnale al rosso di Jung, al rosso dei chakra delle passioni primordiali e ancora al rosso del vino di Dioniso. La prossima fermata annunciata dagli altoparlanti diceva: “Wagner!”.
Urlai <<scendiamo! E saliamo in superficie!>> se fu il caso o se fui mosso da quell’ebrezza romantica del giovane Nietzsche, salii insieme alle altre anime della generazione Limbo e non ebbi più paura dalla luce. I nostri occhi facevano fatica a vedere, non erano abituati alla luce, pertanto seguimmo l’istinto. Attraversammo piazza Piemonte e continuammo fino in via Romolo Gessi, 28. Man mano che ci avvicinammo a quella che non era una destinazione ma l’inizio di un viaggio, i nostri occhi iniziavano a distinguere nuove forme. E in mezzo all’incolore umano incontrammo altri ragazzi della nostra stessa generazione che usavano i colori! Limbo e Looking For Art insieme nel tentativo che “la bellezza salverà il mondo” ancora una volta!

di Alessio De Angelis (fratello Zarathustra)