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Generazionale. Se c’è un regista a cui si addice questa parola quello, probabilmente, è Tim Burton.

Nei magnifici anni novanta, quelli di Baywatch in Tv, dei Tamagotchi, delle Spice Girls e dei discutibili tagli di capelli sono anche segnati, al cinema, dai film di un regista che in quel decennio si impone come una delle figure più “eccentriche” del panorama mainstream.
Burton propone ad Hollywood una vera e propria rivoluzione. Una rivoluzione che passa tanto dal lato narrativo quanto da quello estetico e visivo. In una decina di anni, un regista semisconosciuto scappato dagli studi della Disney perché odiava disegnare “tutte quelle volpi così tenere e carine” diventa una delle figure chiave del cinema mondiale.

I protagonisti non sono più bellocci palestrati (e stupidi?) pronti a buttarsi nella mischia a testa bassa. Burton racconta invece degli esclusi, degli emarginati e dei freaks. Personaggi timidi, socialmente impacciati, strani, a cui il regista regala finalmente una nuova dignità, raccontandone le piccole guerre quotidiane, le sconfitte e costruendo su di essi delle vere e proprie fiabe metropolitane.

Un gusto per la fiaba, per il weird, per i film di serie B e Z che si innesta nei classici sobborghi americani. Sono personaggi che vivono nel contrasto, quelli di Burton; alla continua ricerca di un loro posto nel mondo. “Ho capito di aver creato con i miei film un club ideale per gli eterni ragazzi che amano i falliti, la libertà, i marziani e le donne che ti seguono con una valigia in mano [..]”.

Ecco, quindi, cinque film per scoprirlo.

Batman (1989)
Calcolare l’impatto del Batman (anche il sequel del ’91) di Tim Burton sul cinema di supereroi e di ritorno sul mondo del fumetto in generale è praticamente impossibile.

Batman Tim BurtonImmaginate di essere nell’ottantanove: al cinema gli unici film di supereroi usciti fino ad allora sono i quattro Superman, interpretati da Christopher Reeve. Senza macchia, senza paura e con le iconiche mutande rosse sopra il costume Reeve era il simbolo del supereroe “classico”. I supereroi erano ancora visti come i “super-buoni”, figure che dovevano ispirare gli spettatori, mostrando il lato migliore dell’uomo, il coraggio, la bontà e tutta la sfilza di sentimenti positivi esistenti. Ecco, in tutto questo il Batman di Tim Burton arriva come un fulmine a ciel sereno, ribaltano tutti i canoni esistenti fino a quel momento.

Burton prende quindi uno dei personaggi mitologici del fumetto americano e lo fa suo, lo rende un altro dei suoi freak, riportandolo alla sua vera natura: uno stramboide milionario che va in giro di notte a picchiare i cattivi vestito da pipistrello, niente di più, niente di meno. Gotham City diventa così un immenso circo. Un circo non su cui l’uomo pipistrello sorveglia dall’alto, ma di cui fa parte.

E se è vero che questo Batman è un unico grande spettacolo circense, non può che mancare il clown. Joker, il pagliaccio del crimine è portato sullo schermo da uno straordinario Jack Nicholson. Il suo ghigno, i suoi marchingegni troppo complessi e le sue battute si contrappongono alla maschera inespressiva e ai congegni hi-tech dell’uomo pipistrello. Burton esplora questa dualità usando il proprio stile, dando spazio al cattivo, mostrando come entrambi, il ghigno e la maschera, siano necessari in quel carosello gotico che è Gotham.

di Luca Da Col