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Riconoscersi nei film di Cannes 2019 di Filippo Tentori

Di cosa sono fatti i film? Di cosa vive il cinema, quello vero, vivo e bello? Quale energia alimenta quella trepidazione quasi onirica che si diffonde nella penombra della sala? Si tratta di interrogativi complessi e a tratti pretenziosi, senza dubbio. Eppure, essi partecipano a una riflessione che coinvolge quotidianamente innumerevoli spettatori. Un pensiero che riguarda un’umanità silenziosa, intenta a contemplare immagini fatte di esseri umani, da esseri umani, per altri esseri umani. E allora, forse, è proprio questa umanità a pulsare nei fotogrammi della settima arte. Quest’attrazione dell’umano per l’umano, questo afflato empatico in grado di scatenare tempeste emotive, sensazioni contrastanti, riflessioni stimolanti. Il cinema non è infatti troppo diverso da uno specchio deformante, una soglia magica prodigiosamente combinata con una lente d’ingrandimento: pur riposando su intelligenza spettacolare e animazione narrativa, i film parlano della nostra condizione di esseri umani, spesso arricchendola di vitalità e consapevolezza. Pertanto, non deve stupire se le grandi feste del cinema si configurano come occasioni di trionfo dell’umano, momenti in cui l’uomo-cineasta, ma anche l’uomo-spettatore, si confrontano con un’autoanalisi avvertita come necessaria.

È da più di settant’anni che il festival di Cannes riveste un ruolo di spicco in questo panorama di “rituali auto-analitici”. E l’edizione di quest’anno, conclusasi lo scorso 25 maggio, non può che confermare questa mirabile tendenza. Gli undici giorni di proiezioni nella città provenzale hanno infatti rappresentato una preziosa occasione di scambio, confronto e riflessione sull’umano, costituendo un’esperienza il cui focus non è il cinema per se, vale a dire sterilmente isolato dal mondo in una forma di autistica venerazione. Piuttosto, l’atteggiamento dominante è quello di un’arte pienamente capace di pensarsi come soglia di accesso all’universo antropologico che abitiamo, tant’è vero che i film di questa edizione (in concorso e non) si addentrano nella giungla dell’umanità per raccontarne le configurazioni sociali, indagarne le dinamiche affettive, sondarne le potenzialità degenerative.

Ecco allora che il film d’apertura The Dead Don’t Die (la più recente incursione di Jim Jarmusch – e della sua placida comicità straniante – nel genere horror) amplifica l’evento dell’apocalisse zombie nella duplice catastrofe, ambientale e sociale, di una società dei consumi irrimediabilmente fuori controllo (in un’eco, ormai poco originale, del cinema di George Romero, alla cui maestria il film non può che aspirare fallendo). Né, ovviamente, possono sottrarsi a una simile ricognizione intellettuale pellicole più vicine al cosiddetto cinema del reale (come il superbo Sorry We Missed You dell’inglese Ken Loach, in cui l’attualità sociale della gig economy viene brillantemente declinata in dramma famigliare) insieme a opere dall’impronta più marcatamente autoriale (che si tratti della profonda meditazione idealista di A Hidden Life di Terrence Malick – la dolorosa storia di un disertore austriaco – o del fresco e giovanile Matthias et Maxime di Xavier Dolan, che scandaglia con aggraziata leggerezza le difficoltà affettive di una gioventù assillata da confusione e solitudine). Ma all’appello non mancano nemmeno opere di genere, iniettate con il vigore di un cinema bramoso di pensare e insieme sentire il brulicare delle passioni umane, pedinandone l’incedere nell’organismo sociale: oltre al sopracitato z movie di Jarmusch, l’attesissimo horror psicologico The Lighthouse di Robert Eggers (presentato fuori concorso nella selezione parallela Quinzaine des Réalisateurs) scaglia lo spettatore in un brutale incubo sull’ossessione della colpa e l’ineluttabilità del castigo, dando vita a un mugghiante orrore metafisico che perseguita i guardiani di un faro tra suggestioni folcloristiche, spunti letterari e deliri raccapriccianti; diversamente, il meraviglioso Les Misérables del francese Ladj Ly, pur orchestrando magistralmente i serratissimi ritmi e artifici narrativi del thriller poliziesco, costruisce un impietoso affresco delle periferie urbane, in un potentissimo pastiche di violenta tensione, analisi sociale e impegno civile.

E infine, c’è il vincitore della Palma d’oro. Un film che danza con tanta grazia tra genere e racconto sociale, un’opera che plana con una tale maestria tra emozione e riflessione, da rappresentare una delle migliori espressioni che il cinema di genere, alle prese con la realtà umana in cui siamo quotidianamente immersi, abbia mai prodotto.

Parasite (Gisaengchung) è l’ultima opera di Bong Joon-Ho, vero e proprio beniamino della Croisette: già presidente di giuria nella selezione parallela Caméra d’or nel 2006, il regista sudcoreano ha presentato a Cannes due film dal forte sapore fantastico e grottesco, mettendosi in mostra per l’originalità di uno sguardo che, seppur evasivo, non prescinde mai da un’attualità dai forti connotati sociali (complici anche gli studi universitari in sociologia). Ambientato in un centro urbano della Corea del Sud in epoca moderna, il film segue le vicende di una famiglia indigente la cui misera esistenza viene stravolta dalla decisione del figlio maggiore, lo scaltro Ki-woo, di dare ripetizioni di inglese alla giovane e graziosa Yeon-kyo, rampolla della ricca famiglia Park. Presto, tessendo una trama di raccomandazioni fasulle e inganni accuratamente pianificati, l’intera famiglia di Ki-woo si ritrova al servizio dei Park, godendo dei benefici derivanti dalla loro notevole ricchezza. Ma la magione dei Park nasconde un insospettabile segreto, capace di azionare gli ingranaggi di un meccanismo sociale primigenio, oscuro e folle.

Parasite è un esempio di grande raffinatezza drammaturgica e maturità filmica: la struttura narrativa è congegnata per alternare momenti genuinamente divertenti a situazioni tensive, fondando il tutto su premesse sociali (nel setting) e caratteriali (nei personaggi) che donano all’opera spessore e profondità. Questo permette al film di dotarsi di una certa caratura tematica, una ricchezza riflessiva che non precipita mai verso il peso o la stanchezza narrativa. La sottile operazione attuata all’interno della sceneggiatura, infatti, culla il racconto filmico nell’armonioso moto ondulatorio del tragicomico, producendo un’oscillazione in cui l’ilarità si ammanta di amarezza e inquietudine.

E l’inquietudine più forte, quella che serpeggia nei dialoghi e freme nella coralità delle scene, è di natura assolutamente sociale: Bon Joon-Ho riesce a costruire un brillante saggio sul conflitto di classe, ma lo fa trascendendo da qualsivoglia taglio documentaristico o rigidamente realista. Sulla falsariga di un cinema che intende il genere come spazio di sperimentazione grottesca e satirica sul reale (viene difficile non pensare ai più recenti exploit horror dell’americano Jordan Peele), il film sudcoreano pare trionfare nell’obiettivo di raccontare certe dinamiche sociali proprio perché le esaspera, le cristallizza nella caricatura, le consuma in vampate di brutale violenza psichica. Al regista interessa comunicare la complessità dei rapporti che si instaurano tra gruppi socialmente eterogenei, e vi riesce mettendo in scena logiche relazionali segnate da convenienza, sudditanza, risentimento.

Soprattutto, l’opera di Bong Joon-Ho restituisce un affresco assolutamente spietato, uno spaventoso serraglio gremito di creature incapaci di convivere se non tramite gerarchie di potere e strategie opportuniste. Senza mai definire degli schieramenti, delle vittime e dei carnefici, dei santi e dei mostri, il film pone lo spettatore di fronte a uno spettacolo umano la cui inaudita violenza si dipana tra fragorose risate, momenti di tenerezza e situazioni di suspense. Il risultato è un film gradevole ma potente, un esercizio auto-analitico segnato da una consapevole amarezza.

Cinema vivo, dunque, estremamente vitale nella sua capacità (a tratti piacevole, a tratti dolorosa) di parlare all’umanità di se stessa.