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Anna Vassena è una giovane pittrice milanese laureanda in Design degli Interni presso il Politenico di Milano. Dal 2014 entra a far parte del Gruppo Culturale Artisti di Via Bagutta, prendendo parte alle esposizioni presso la galleria in Corso Garibaldi. Dal 2015 espone sul Naviglio Pavese assieme agli artisti di SpazioLibero, continuando negli anni successivi a prender parte a varie mostre collettive.

I tuoi studi spaziano nell’ambito del Design. Come sei approdata alla pittura?
Non si può dire che io sia approdata alla pittura: è sempre stata parte di me; la pittura intesa nel senso più ampio di rappresentazione, di bisogno fisico, di porre su una superficie quello che avevo dentro e quello che vedevo. E di quello che vedevo era ciò che mi generava. Fin da bambina disegnavo cercando una logica dietro quello che facevo, un motivo e un senso più intimo. Da quando ho 16 anni il mio approccio è più sistematico, più professionale, più serio.

Le tue pennellate sono decise e brillanti, la cromia forte e calda. Qual è la tua storia col colore e come dialoga con i tuoi soggetti?
Per quanto riguarda il colore ho avuto uno sviluppo, una evoluzione. Inizialmente ho usato colori non particolarmente ‘’strani’’ o che suscitassero interrogativi allo spettatore. Ultimamente, invece, ho cambiato tecnica (prima usavo colori ad olio sempre su collage o superfici materiche), usando acrilici molto densi e molto accessi in vasetto. Questi acrilici mi permettono di enfatizzare ancora di più quello che avevo raggiunto attraverso la parte finale dell’utilizzo dei colori ad olio. Le tonalità sono estremamente calde e questo parte da un vero e proprio bisogno fisico. Le cromie d’altro canto sono uniformi, nel senso che non ci sono distinzioni e l’incarnato risulta in questo modo più evidente. Gli indumenti hanno colori accesi che non tendo a stravolgere, nell’incarnato invece spazio tra il giallo e il violaceo. Spesso mi chiedono il motivo dei miei soggetti di colore o esotici e, solo successivamente, mi sono accorta che faccio soggetti di colore perché sono affascinata dal mondo africano e dalla vivacità di cromia che solo quel mondo possiede. In modo non consapevole preferisco dipingere determinati soggetti per quello che mi comunicano e in loro trasferisco questa forza pulsante di vita, questa cromia molto forte. Una cromia che non deve essere necessariamente letta come qualcosa di positivo, bensì come un’energia vitale che viene trasferita e, allo stesso tempo, come qualcosa che può essere estremamente bello così come sofferente.

Dai tuoi lavori emerge una profonda riflessione sull’individuo, sulla sua complessità interiore e sulle forze contrastanti che aleggiano nell’animo umano. Da dove nasce questa ricerca che prende poi vita, in modo del tutto naturale, nelle tue opere?
Tutto muove dal soggetto e dalla mia ricerca dietro al soggetto raffigurato. Non si può parlare di pittura figurativa nel mio caso, perché, anche se scelgo di rappresentare dei soggetti, ciò che mi interessa principalmente sono gli individui – ma anche gruppi di persone – intese nella loro individualità, in quello che possono raccontare, la storia che sta dietro ognuno di loro. Resto molto colpita dalle persone che vedo in giro. Spesso vedi delle persone e generalmente non ti chiedi nulla su di loro, io invece guardo e penso ‘’Cosa c’è dietro questa persona?’’. Così ho deciso di imbarcarmi nell’analisi dell’individuo e mi approccio ai quadri come se fossero proprio delle persone e voglio ricreare la stessa cosa nel riguardante: la figura rappresentata è il soggetto, quello che ti attira. Quando conosci una persona vieni attirato, ti interfacci con il soggetto ma è solo dopo che, parlandoci o semplicemente guardandolo meglio, conosci la sua storia o il suo mondo interiore. È questo che ho deciso di esprimere da un punto di vista grafico e materico a seconda del soggetto.

Nei tuoi dipinti emergono materiali insoliti come pagine ingiallite e texture stravaganti. Il tuo approccio alla materia è fatto di ricerca, sperimentazione e cura del dettaglio. C’è una connessione concettuale tra l’uso del materiale e il soggetto rappresentato?
Ogni soggetto richiede un background, un rimando logico a seconda di quello che mi suggerisce. 
 Il materiale, che metto dietro, è un materiale che spazia dai libri che trovo nei mercati dell’usato o d’antiquariato: prendo libri, giornali, qualunque cosa. Prima li leggo e trovo sempre degli spunti molti interessanti, più volte mi è capitato di fare dei mix. Spesso si tratta di testi legati ad un aspetto molto specifico che mi comunica quel soggetto e che voglio che quel soggetto comunichi. Non sempre l’osservatore dà la stessa importanza allo sfondo come il soggetto raffigurato. Invece lo sfondo e il soggetto hanno pari dignità e pari importanza: comunicano tra loro e l’uno non può esistere senza l’altro. Questo risulta particolarmente evidente quando dietro c’è un testo scritto, meno evidente quando c’è solo una superficie materica che in realtà, come ad esempio in “Desertica’’, è una superficie fatta con una carta che viene lasciata macerare e poi trattata con colle e altri materiali come il sole che colpisce la terra tale da renderla bianca. E poi c’è il soggetto: una donna delle tribù del deserto. È tutto collegato, bisogna soffermarsi.

Nel corso degli anni la tua ricerca si è evoluta, e con lei, anche la tua tecnica pittorica. L’attenzione al singolo, però, è sempre stata una vivida costante. Quanto della realtà e di ciò che vedi tutti i giorni influenza il processo creativo dei tuoi lavori?
Tutto della realtà cattura la mia attenzione, soprattutto il dinamismo dei corpi, certe movenze e certi sguardi che non necessariamente vado a riprendere nell’immediato. È come se questi dettagli costruissero una stratificazione dentro di me che si sedimenta nel tempo tanto da non farci più caso, come se fosse un atto inconscio automatico. Ad esempio, se cammino e vedo una luce particolare al tramonto che colpisce un determinato volto penso: ’’Guarda che bel giallo!’’. Poi capita che dopo mesi, se devo usare il giallo, provo a rendere proprio quel giallo.

In un mondo in cui l’arte è sempre più consacrata alla mercificazione e la contemporaneità sembra far fatica ad apprezzare una sincera ricerca personale, che significato ha per te l’arte?
In questa realtà contemporanea, l’arte ha il significato di essere ‘’la mia stella polare”. In periodi particolarmente difficili mi è sembrata l’unica cosa su cui non avevo dubbi, potevo non dipingere per qualche tempo ma la mia passione e il mio bisogno fisico di dipingere erano delle certezze. Dipingere è parte di me, una forma di espressione personale e a prescindere dai riscontri economici o meno, continuerò a farlo.

di Cristina Morgese