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Convivere con il naufragio – La tempesta di Roberto Andò

Una flebile pozza di luce ambrata. Si accende lì, in proscenio, sul lato destro del palcoscenico. In quel soffuso calore giace uno scrittoio in legno, ingombro di libri. E, allo scrittoio, un uomo piuttosto anziano. Assorto, curvo sulle carte… solo. È avvolto in una coperta di plaid, e scrive. Non riusciamo a scorgere ciò che popola le tenebre, al di fuori della sua bolla di cultura e solitudine. Nemmeno lui vi riesce. E, d’altro canto, è esattamente ciò che desidera.

È questa l’apertura de La Tempesta di William Shakespeare per la regia di Roberto Andò, in scena presso il Piccolo Teatro di Milano fino al 26 maggio. Un inizio piuttosto dimesso, sì, che trova tuttavia originalità proprio grazie a un’ouverture in levare, scelta drammaturgica e registica piuttosto lontana dai decolli scenico-spettacolari che costellano gli incipit delle opere del bardo. Infatti la tempesta del titolo, su cui canonicamente si apre l’opera, viene omessa ed evocata tramite le battute fuori scena della ciurma di un veliero che, squassato dalla violenza di cielo e mare, fa naufragio sull’isola in cui vive Prospero, potente mago ed ex duca di Milano. Ed è proprio Prospero, interpretato da Renato Carpentieri, l’anziano e solitario studioso su cui si apre lo spettacolo di Andò. Si tratta di un uomo di potere caduto in rovina, un sovrano spodestato ed esiliato dalla società civile che, grazie alla conoscenza delle arti magiche, si serve dell’aiuto sovrannaturale dello spirito Ariel per vendicarsi di coloro che lo hanno tradito, causando il loro naufragio sull’isola e manipolandoli tramite apparizioni agghiaccianti e meravigliose.

La tempesta è un testo complesso con cui misurarsi, una vera e propria sfida per gli sforzi spettatoriali e registici del teatro contemporaneo. Datata 1510-1511, si tratta dell’ultima opera di Shakespeare e rappresenta un capolavoro difficilmente classificabile in termini di genere, contenuto e forme drammaturgiche impiegate. L’ambientazione esotica del dramma romanzesco cela una partitura che ingloba e

amalgama situazioni narrative, suggestioni sceniche e riflessioni filosofico- antropologiche senza soluzione di continuità, dischiudendo con abbacinante spettacolarità la profondità espressiva del Teatro alle prese con l’agire umano. Una prospettiva interpretativa non troppo distante da quella che attraversa con sottile eleganza lo storico e meraviglioso allestimento di Giorgio Strehler, datato 1978, in cui la dimensione metateatrale dell’opera viene portata in scena con lucida grazia intellettuale.

Un testo tanto ricco e prezioso, dunque, da divenire fonte di riflessione sul fare teatro e sulle implicazioni di un rapporto tra quest’ultimo e la condizione umana. E Andò, ovviamente, riconosce questa profondità e la declina attraverso la sua sensibilità e i propri riferimenti culturali. Su dichiarazione dello stesso regista, infatti, è proprio il confronto con La tempesta ad averne informato l’approccio registico ne Il manoscritto del principe, suo film sugli ultimi anni di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, durante le riprese del quale intuì una profonda affinità tra la figura dell’intellettuale siciliano e il personaggio di Prospero stesso. Il protagonista de La tempesta è un uomo di mondo fallito, un politico la cui negligenza ne ha comportato rovina ed esilio. Ma Prospero è anche l’intellettuale che ha perso di vista la realtà, che si è ritirato dalla società civile per rifugiarsi tra le mura domestiche, che ha disertato la compagnia degli uomini per circondarsi di soli libri. Ecco allora che, nella scenografia di Gianni Carluccio, l’isola diviene una casa dall’aria fatiscente dove gli attori si agitano, sollevando spruzzi dal pavimento allagato o balzando su letti, poltrone, sedie, tavoli. Qui, il Prospero di Carpentieri legge, scrive, si corica e pianifica la sua trama magica vestendo una lunga camicia da notte mentre lo spirito Ariel (interpretato da Filippo Luna) lo serve assumendo le spoglie di maggiordomo in livrea.

Una messa in scena fondata su un’idea registica piuttosto solida, quindi. Ciononostante, l’allestimento risulta poco convincente nel suo complesso, spesso persino poco adatto a restituire la profondità espressiva del testo shakespeariano. La scelta di una spettacolarità “sottotono” (affrontata poco sopra, in merito all’incipit) non è sempre efficientemente dosata, e molti meravigliosi episodi perdono di intensità ed efficacia per via di banalizzazioni sceniche a tratti persino stucchevoli. Talvolta anche

intuizioni potenzialmente interessanti (come l’evocazione in absentia dei naufraghi, che compaiono nella penombra del fondale mentre Ariel ne narra le sorti) si appiattiscono sotto una gestione poco consapevole del dialogo e dei suoi inserti, non da ultimo aggravata da una direzione dell’attore non sempre particolarmente lucida né frutto di un’approfondita interrogazione del testo. Per quel che riguarda gli aspetti scenotecnici, invece, lo spettacolo pecca di un certo semplicismo: la scena, vale a dire il trasandato interno domestico concepito da Carluccio, presenta elementi eterogenei piuttosto ineleganti (nonostante sia da applaudire la scelta del pavimento allagato e della cortina che da esso si solleva, simulando un raffinato scroscio piovano) mentre di poco interesse è la partitura luministica, spesso schiacciata su un rasserenante ma poco drammatico impiego di luci calde e diffuse.

Si tratta di mancanze difficili da digerire, soprattutto nella misura in cui rischiano di affossare una lettura registica tutt’altro che scontata. Come scrive lo stesso Andò, nelle note di regia riportate sul libretto di sala, La tempesta è
“una delle commedie più profonde che siano state dedicate al senso della vita. È l’opera della rigenerazione, dove il naufrago, il disperso, l’usurpato ritrovano il filo interrotto delle loro esistenze. Se c’è una ragione per cui ancora oggi questa commedia ci parla è nell’idea, per nulla semplice o banale, che l’essere umano sia destinato a convivere con la tempesta, e che, dopo ogni tempesta, debba fare chiarezza dentro di sé.”
Convivere con la tempesta, per il regista palermitano, significa dunque attraversare il cataclisma, e sopravvivervi. Significa fallire, naufragare nella disperazione del proprio fallimento, per poi risollevarsi dai flutti. Per l’intellettuale, significa prender coscienza della propria fallacia, allontanarsi dalla società in uno sdegnoso esilio, ma riprendere poi a indossare abiti civili. Proprio come fa Prospero al termine dello spettacolo. Perché, proprio come in Shakespeare, il naufragio non coincide sempre con la fine. E questa fine, tutto sommato, rappresenta un nuovo inizio.