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Eccolo lì, il tunnel stretto e umido sotto la metropolitana che portava verso l’Isola centrale della città, verso casa, verso quella che una volta aveva chiamato casa. La stessa orrida luce a neon di sempre, lo stesso identico spazio angusto ed insalubre da periferia condannata. Se lo ricordava così ma non era sempre stato così.

Quando era bambino, tutto ciò che si estendeva oltre il sottopassaggio era campagna, esisteva solo l’Isola e tutti i sui curiosi rumori da piccola città in espansione. Si respirava l’entusiasmo di un continuo fermento, della speranza di una vita nuova e migliore. L’odore della metro appena inaugurata, il cigolare dei freni, le suonerie dei primi cellulari e il vociare della modesta folla che si aggirava per le strade, contenta di non essere più sola e di potersi portare la propria realtà sempre con sé. Era durato poco quel tempo in cui gli occhi della gente erano vivi, brillavano di aspettative e si riempivano in ogni istante del cambiamento quasi frenetico che gli stava attorno. Poi, poco a poco, vennero accecati dalle luci blu degli schermi e allora per strada passavano grigi come soprabiti che camminano per inerzia, le orecchie sorde se non per le notifiche che gli davano un buon motivo per guardare il cellulare.

Questo era quando non bastava più avere la propria realtà a portata di mano, bisognava renderla pubblica, urlarla al mondo, scambiarsela in continuazione tra emoticon e hashtag. Così il mondo della vita si era scolorito sempre più, fino a perdere anche la più misera delle attrattive.

Con gli occhi rossi, riarsi, bisognosi di una luce più vera, Odisseo aveva spaccato il suo IPhone XII contro il muro di quello stesso tunnel, 10 anni prima ed era partito verso un viaggio, senza una meta, per abbracciare appieno l’essenza di un promesso Mondo della Vita.

Niente più social, nessun riconoscimento facciale 3D, nessun contatto, era sparito completamente da qualsiasi tipo di realtà virtuale. Aveva seguito la corrente delle strade, lasciandosi trasportare dalle piccole intuizioni che lo guidavano ad ogni bivio. Per 10 anni aveva vagato così, senza destinazione, fermandosi ogni volta in un angolo diverso del pianeta ed ogni volta risballottato via da una delusione.

Forse aveva trovato sé stesso ma comunque tornava a casa con un sogno sconfitto: il mondo della vita non esisteva più se non nella più pura e amara delle solitudini.
Mosso da una mancanza viscerale che nelle notti di nostalgia gli attanagliava lo stomaco e gli toglieva il respiro, aveva deciso di accettare la disfatta e di esistere in una realtà che non gli apparteneva. Aveva fatto ritorno, in testa, negli occhi e nel cuore un’unica immagine: il volto sorridente di suo fratello gemello, Nessuno.

La cosa che più lo faceva arrabbiare era che nonostante quel ritorno fosse amara delusione, per quanto si sforzasse, non riusciva a definire l’Isola come semplicemente brutta: i grattacieli che si stagliavano su entrambi i lati di ogni strada ed impedivano la vista dell’orizzonte erano costruiti con i più innovativi criteri di design e le firme dei migliori architetti. Gli schermi giganti che ne animavano le pareti erano di ultima generazione e restituivano una qualità d’immagine impressionante.

Eppure era tutto così maledettamente vuoto.

Camminava ed ogni tanto gli cadeva l’occhio sui muri televisivi dei palazzi. Giravano ancora le stesse cose di dieci anni prima: i soliti hashtag, i soliti instagrammer in popular page, qualche faccia nuova ma non troppe. Quelle gigantesche finestre telematiche mostravano la triste verità della monotonia che regnava sovrana sul mondo virtuale, peccato che nessuno sembrava essersene ancora accorto.

La promessa di diventare un idolo facilmente, i cinque minuti di celebrità per tutti… Tutte cazzate, alla fine, come dovunque regnava un unico dio: il denaro. Senza sponsor, pur rinunciando anche all’ultimo briciolo di dignità e pudore rimasti (in particolare le ragazze, le quali da tempo non esitavo a scoprire qualsiasi parte del loro corpo in nome di qualche like in più) non si diventava “famosi”, neanche per un secondo.

Ed infatti, stranamente, la facevano ancora da padrone gli stessi “miti” di un tempo, solo che dopo aver dominato le popular pages di #couple #happycouple, Chiara e Fede si erano spostati su quelle di #family ed #happyfamily con il figlio Lio. Mai si era vista un’immagine tanto rappresentativa della famiglia felice finta. Tempo addietro, in ognuna delle piazze ai limitari dell’Isola avevano eretto delle copie tematiche di Times Square, ognuna con un argomento preciso di notizie: a nord la politica interna, a sud la politica estera, ad est spettacolo ed eventi internazionali e ad ovest spettacolo ed eventi locali. Sperava di trovare lì qualche notizia su suo fratello. Aveva fatto carriera, stando ai monitor giganti, niente di eccezionale, moderato come al solito, ma il nome di Nessuno animava spesso gli eventi musicali. Ed ora era il momento della verità, con l’utopia sconfitta tra le mani, il peso di una delusione sulle spalle Odisseo era tornato per cercare l’ultima verità che gli era rimasta: suo fratello. Ad ogni passo era più vicino alla West Square, ad ogni passo i piedi gli si facevano più molli e pesanti e le gambe gli tremavano a ritmo cardiaco. Per la prima volta gli mancava il coraggio, a testa bassa, aspettava l’ultimo minuto per alzarla e guardare gli schermi: il cuore non avrebbe retto la delusione di non vedervi proiettato il volto che cercava.

Era arrivato, guardava ancora l’asfalto con gli occhi sbracati, come fosse la cosa più interessante sulla terra. il battito gli era salito alle orecchie e gli fracassava i timpani. Le vene gli pulsavano. La fronte gli pulsava. Poi, facendo appello a tutte le sue forze alzò il viso di scatto verso le pareti luminose.

Suo fratello era lì. Stava per aprire una serata al Cassiopea.

Un brivido di adrenalina gli attraversò il corpo e lo pervase di un’ebbra euforia che non provava da più di dieci anni. Cominciò a correre freneticamente, non sentiva la fatica, leggero come solo un folle può essere, correva e sembrava danzare. Si ricordava perfettamente dove fosse il Cassiopea, superava così strada dopo strada la distanza che li aveva separati da troppo tempo. Si fermò solo davanti alla fila del Cassiopea. Non riusciva a non agitarsi e si mise a cercare convulsamente la carta d’identità nello zaino perdendo qualche pezzo nel tragitto. Per il suo turno era pronto, documento alla mano e soldi in tasca. Si avvicinò ai due buttafuori.

“Profilo Facebook?” esordì quello di destra.

Odisseo restò un attimo paralizzato.

“Anche Instagram, Twitter e Google, se vuoi” lo rimbeccò quello di sinistra.

Odisseo impallidì e riuscì solo a balbettare: “Io, io non ho Facebook, ho solo questa” mostrando la carta di identità che teneva stretta in mano.

I due bodyguard scoppiarono a ridere “Quella, quella non si usa più da otto anni, che cosa sei un cavernicolo?” Disse uno.

“No, davvero, divertente come scherzo. Se sei uno youtuber e vuoi usare youtube va bene anche quello, tranquillo.” Ribadì l’altro.

Il giovane, tornato dopo dieci anni in un mondo che conosceva sempre meno rimase perplesso. Guardò per maggior cautela la data di scadenza del documento che, come si ricordava, era ancora in pieno corso di validità. Allora fissò nuovamente i due uomini che gli sbarravano il tanto agognato ingresso e gli rispose, anche leggermente alterato: “No, non è uno scherzo e non sono uno youtuber. Io per scelta non ho nessun tipo di social e, se la volete sapere tutta, neanche un telefono. Questa è la mia carta d’identità che scade tra ben cinque anni. Quindi, adesso, siete cortesemente pregati di lasciarmi entrare: mio fratello suona e ci terrei molto a vederlo dopo dieci anni che manco da casa!”

I due, avvertendo il cambio di tono, smisero di ridere immediatamente e si fecero serissimi, quasi aggressivi. “Senti un po’ stronzetto, noi siamo qui a lavorare e non abbiamo tempo da perdere con i tuoi giochetti. Quella roba che hai in mano è carta straccia da otto anni e qui, nel mondo civile, si usano solo i profili social che consentano il riconoscimento facciale. Se non ne hai uno levati dalle palle o smettila di tirarci per il culo.”

Odisseo ribolliva di rabbia, frustrazione ed impazienza, era così vicino…Non si trattenne, fece finta di andarsene, prese la rincorsa e tentò di sfondare il muro dei due buttafuori con la forza. Doveva solo arrivare dentro, doveva solo vedere Nessuno.

Forza, disperazione, rabbia, le lacrime nervose, persino i due armadi da guardi non riuscirono a trattenerlo per i primi tre metri. Sfortunatamente per lui, però, il locale era pieno e la massa come un muro lo respinse, facendolo riacciuffare dalla sicurezza. Urlava, urli isterici e disperati mentre veniva brutalmente sollevato e trascinato fuori. “Devo vedere mio fratello! Vi prego, vi prego lasciatemi! Bastardi! Nessuno! Nessuno dove sei? Aiutami!”.

Immagine di CopertinaUna volta fuori venne sbattuto rudemente contro un muro e non passò tanto tempo che gli arrivò anche uno schiaffone dritto in faccia.

“Che cazzo fai? Che ti credevi di fare, coglione?!”.

Altro schiaffone.

“Allora? Chi sei razza di imbecille?”.

Ma Odisseo sembrava in preda a una crisi di nervi e continuava ad urlare e ad invocare suo fratello: “Devo vedere mio fratello! Devo vedere mio fratello! Nessuno! Nessuno dove sei? Aiutami!”.

Il secondo mastino scansò il collega e gli diede uno scossone: “Ehi, ehi pazzo, calmati! Chi sei ce lo vuoi dire?”.

Il giovane sembrò riacquistare la ragione per un attimo e balbettò: “Il mio nome è Odisseo e sono il fratello gemello del DJ, Nessuno.”.

L’addetto alla sicurezza lo lasciò per un attimo, perplesso. Poi i due iniziarono a confabulare tra loro: “Odisseo, quello scomparso dieci anni fa, ti ricordi?”

“Ah, sì, ma certo, il gemello del nostro DJNe, era finito su tutti gli schermi, lo ha cercato per anni.”

“Eh, sì, sì infatti, c’era la sua faccia ovunque. Certo che non gli somiglia tanto… neanche al suo presunto fratello, intendo.”

“Sì, boh, effettivamente hai ragione… dovrebbero essere gemelli però boh, mi sembra strano… Comunque io chiamerei la polizia che non si sa mai con sti casi qua.”

“Infatti, poi avvertiamo il fratello in caso, se è un impostore ci muore d’infarto”

“Sì, sì, sono d’accordo. Tanto gli fanno il riconoscimento facciale ed è fatta. Tu tienilo d’occhio che li vado a chiamare.”

“Vai vai, e speriamo che quegli altri idioti abbiano dietro l’IPhone generale. Ogni volta arrivano e li portano in centrale perché si sono dimenticati sia quello che gli antidroga. Pagliacci!”

Odisseo era allucinato e faticava ancora a capire quello che stava succedendo. La polizia? Il riconoscimento facciale? I documenti cartastraccia? Tutto gli frullava in testa ad una velocità nauseante. Quel mondo lo terrorizzava e la sua unica ancora di salvezza, l’unica faccia che lo avrebbe riconosciuto davvero, senza bisogno di un IPhone generale era là, alle sue spalle. Ma non aveva più la forza di opporsi, la disperazione si era quasi trasformata in rassegnazione, forse alla fin fine era meglio aspettare la polizia, forse le cose si sarebbero risolte più facilmente. La previsione dei buttafuori era però corretta ed in un tempo indefinito che variava tra pochi minuti e qualche ora si ritrovò in centrale, con un telefono nuovo di pacca a due centimetri dal volto.

“Niente, commissario. È la terza volta che tentiamo il riconoscimento facciale ma non trova proprio nessun match.”

Il poliziotto semplice abbassò l’IPhone generale ed il commissario lo raggiunse alla scrivania. “Guardi”, esordì mostrando il monitor al superiore.
Il commissario fissò lo schermo, basito. Poi lentamente si tolse gli occhiali e spostò lo sguardo su Odisseo. “Non so che dire, signore. Lei è il primo caso vivente di persona che non esiste.”

Il giovane frastornato tentò di ribattere: “Come non esisto? Ma io sono qui, Lei mi vede, mi sente, mi può parlare, mi può toccare, come posso non esistere?”

“Certo”, gli rispose lui aggrottando le sopracciglia scure, “Lei è vivo. Ma vede, Le spiego, la cosa è molto semplice. Qui ci sono le identità di tutti gli uomini del pianeta. La sua, signor Nessuno, non è stata trovata e quindi non esiste, non in questo pianeta almeno. O meglio, forse dovrei dire che esiste ma di sicuro non ha un’identità e men che meno quella che dice di avere. Non so se mi sono spiegato… non sono bravo con le parole.”.

“Questo cosa significa?” Odisseo era terrorizzato, “Che ne farete di me?”.

“Non lo so ancora, è un caso senza precedenti. Sicuramente la tratterremo per qualche ora, sentiamo i piani alti…”

Odisseo ricominciò a dimenarsi freneticamente tentando di liberarsi dalla stretta delle manette: “Vi prego chiamate mio fratello, lui risolverà tutto, lui mi riconoscerà.”

“Signore, innanzitutto si calmi. Secondo me Lei ha dei seri disturbi mentali, ma se ci tiene tanto chiamerò quello che dice essere suo fratello, così al massimo sarà lui a liberarci di Lei!”

Una chiamata, una volante pochi minuti e i due fratelli erano lì, in piedi, l’uno di fronte all’altro. I loro occhi si completavano di nuovo: due verdi e due azzurri ma qualcosa non andava: mentre quelli di uno traboccavano di gioia e d’amore fraterno, quelli dell’altro era pieni di odio, disprezzo e furente ferocia. In un primo momento Odisseo non ci fece molto caso: sapeva di aver ferito suo fratello nel profondo, fino a che, questi non si decise a parlare.

“Chi è quest’impostore”, sibilò girandosi verso la scrivania del commissario, “Voglio sapere chi è quest’impostore del cazzo!”

“Nessuno”, balbettò il commissario imbarazzato, “cioè… voglio dire… noi non lo sappiamo è il primo caso di persona c…”

Nessuno sferrò un pugno al tavolo con una forza tale da farsi sanguinare la mano: “VOGLIO SAPERE CHI E’!”

“L-la prego Signor Nessuno s-si calmi, s-so bene quanto fosse legato al suo gemello ma lasci che Le spieghi: è come se questa persona non esistesse, il riconoscimento facciale 3D non ha prodotto nessun risultato.” Il poliziotto era rosso di vergogna “Mi spiace immensamente di averla chiamata, di averle dato false speranze… Lui, lui insisteva, non accennava a calmarsi… io, io sono desolato.”

Odisseo era distrutto, molle, afflosciato sulla sedia di ferro della centrale, senz’anima. Ora, quando anche la sua ultima verità era crollata poteva davvero cessare di esistere. Era morto con la sua ultima speranza. Con le iridi vuote accolse l’occhiata gelida del fratello.

“Dunque di questo rifiuto umano senza identità che volete farne?” domandò Nessuno a denti stretti rivolgendo nuovamente il suo sguardo glaciale ai poliziotti.

“Per noi non esiste, pensavamo di tenerlo per qualche controllo ma se vuole è tutto suo” rispose il commissario con un largo sorriso.

“Bene”.

Nessuno trascinò il fratello poco lontano dalla centrale. Un colpo sordo e l’inquietante rumore di una mascella che si spezza.
Poi un altro. Poi un altro ancora.

Odisseo non reagiva, né ai colpi né agli insulti che il suo carnefice vomitava a fiumi. Era già morto, voleva solo che finisse alla svelta. Non aveva neanche provato a far cambiare idea al fratello, avrebbe potuto, forse, ma non essere riconosciuto subito gli aveva spezzato il cuore con la stessa violenza con cui adesso lui gli stava spezzando le ossa.

Finalmente cadde a terra in una pozza di sangue. Aprì per l’ultima volta gli occhi, voleva dire addio al viso che aveva tanto amato.

No. Non poteva finire così. Doveva dire addio anche a Nessuno.

Aspettò che l’aggressore fosse sopra di lui, ad una distanza che gli permettesse di sentirlo, poi fece appello a tutte le forze che gli erano rimaste e con voce flebile sussurrò:
“Io son sempre lo stesso, cerco le notti ed il fiasco, se muoio rinasco, finché non finirà … ma io ho sempre avuto te, non serve rinascere quando si è già in due.”
Gli occhi di Nessuno persero d’un colpo tutta la ferocia che li animava e si riempirono di lacrime: “Tu… tu. Solo Odisseo sa, sapeva…”  balbettava, la voce strozzata da un pianto imminente, “Tu… quella frase…”.

Scoppiò in singhiozzi e si coprì il volto con le mani insanguinate.

“Sì, sono io.” La voce di Odisseo era sempre più flebile eppure aveva riacquistato calore, come se lui avesse ritrovato la sua anima. Nessuno si allungò di scatto verso il telefono ma il gemello con le ultime forze che gli rimanevano gli bloccò la mano.

“No, lascia stare”.

Nessuno si mise a gridare tra i singulti disperato: “No, io non ti lascio così! Adesso chiamerò un’ambulanza, vedrai che si sistemerà tutto, che andrà tutto bene, che… che… che torneremo in cima al palazzo a vedere le stelle come una volta… che… Vedrai, ti salveranno.”

“No, nessuno mi può salvare adesso,” rispose l’altro “Solo tu, ma lo hai già fatto.”

Nessuno era talmente fuori di sé che si era perso l’ultima parte della frase e continuava a gridare in preda al panico: “Come? Dimmi solo come che devo fare?”.

Odisseo lo guardò negli occhi con una dolcezza infinita: “Lo sai,” bisbigliò “Ti prego, lasciami qui, lasciami libero.”

Il fratello scosse violentemente la testa in urlo isterico: “No, non puoi chiedermi questo, non adesso, non adesso che ti ho ritrovato!”

“Ti prego,” continuò Odisseo “se mi vuoi ancora bene, io, io non esisto in questo mondo e non voglio esistere. Ti scongiuro lasciami andare.”

Nessuno gli prese la testa tra le mani, le mani piene di sangue, gli occhi pieni di lacrime. Il viso del suo gemello non si distingueva più: era una maschera deforme di lividi e ferite. Solo gli occhi, quei magnetici occhi diversi lottavano ancora per fissarlo speranzosi.

“Ti scongiuro” continuavano a dire “Io non devo rinascere ricordi? Ci sei già tu…”

Odisseo non riusciva più a parlare ma fece come per avvicinarsi al fratello: il corpo non gli obbediva più e allora Nessuno porse l’orecchio per carpire i suoi ultimi sussulti di voce “Sei sempre stata la parte migliore di noi, vivi per entrambi, lasciami andare.”

Nessuno riprese il capo del gemello tra le mani, tra le lacrime che sgorgavano si intraveda la decisione di guardarlo per l’ultima volta. Odisseo aveva capito e mentre gli occhi dei due si fissavano, finalmente riconciliati, riuscì a sussurrargli il più sentito e semplice dei grazie. Poi le sue labbra si ridistesero in un sorriso. Un ultimo colpo sordo e Nessuno si alzò con la morte nel cuore barcollando se andò solitario e pieno di sangue lungo la riva del fiume a sfogare la sua disperazione.

Sul marciapiede era rimasto un corpo morto con un sorriso e un IPhone XX. Lo schermo era ancora acceso. Nello schermo la solita immagine di copertina: loro due, insieme ed identici sebbene così diversi. Due mondi opposti: realtà ed apparenza che si abbracciavano.

Eppure, uno dei due sembrava cambiato, aveva un’ombra strana tra le labbra, quasi un ghigno, che in un sibilo pareva sussurrare all’altro: hai visto? Hai perso di nuovo.