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Generazionale. Se c’è un regista a cui si addice questa parola quello, probabilmente, è Tim Burton.

Nei magnifici anni novanta, quelli di Baywatch in Tv, dei Tamagotchi, delle Spice Girls e dei discutibili tagli di capelli sono anche segnati, al cinema, dai film di un regista che in quel decennio si impone come una delle figure più “eccentriche” del panorama mainstream.

Burton propone ad Hollywood una vera e propria rivoluzione. Una rivoluzione che passa tanto dal lato narrativo quanto da quello estetico e visivo. In una decina di anni, un regista semi-sconosciuto scappato dagli studi della Disney perché odiava disegnare “tutte quelle volpi così tenere e carine” diventa una delle figure chiave del cinema mondiale.

I protagonisti non sono più bellocci palestrati (e stupidi?) pronti a buttarsi nella mischia a testa bassa. Burton racconta invece degli esclusi, degli emarginati e dei freaks. Personaggi timidi, socialmente impacciati, strani, a cui il regista regala finalmente una nuova dignità, raccontandone le piccole guerre quotidiane, le sconfitte e costruendo su di essi delle vere e proprie fiabe metropolitane.

Un gusto per la fiaba, per il weird, per i film di serie B e Z che si innesta nei classici sobborghi americani. Sono personaggi che vivono nel contrasto, quelli di Burton; alla continua ricerca di un loro posto nel mondo. “Ho capito di aver creato con i miei film un club ideale per gli eterni ragazzi che amano i falliti, la libertà, i marziani e le donne che ti seguono con una valigia in mano [..]”.

Ecco, quindi, cinque film per scoprirlo.

Big Fish (2003)

Big Fish“Mio padre aveva una dentiera con denti particolarmente aguzzi, così mi raccontava che nelle notti di luna piena poteva trasformarsi in un lupo mannaro. E poi poteva riuscire anche a muovere la dentiera, questo ci faceva uscire di testa, ci divertiva da morire. Quindi era un personaggio magico. Anche se finisci per dimenticartelo, e invece è importante ricordare. Per un lungo periodo perso mio padre, me lo sono dimenticato. È dal momento in cui vai via di casa e diventi indipendente che quelle esperienze ti tornano fuori. Erano momenti molto forti, magici, quasi irreali”. Non è una citazione, anche se potrebbe tranquillamente esserlo, tratta da Big Fish, ma il racconto che Tim Burton fa di suo padre che descrive perfettamente il senso del film. Biografia e fiction, verità e fantasia, si sovrappongono sia nella pellicola, la storia di un uomo che cerca di trovare la “realtà” nelle assurde storie che il padre era solito raccontargli, sia nella vita di Burton, che scava nel suo personale rapporto col padre, venuto a mancare l’anno prima di girare.

L’unica differenza tra una bugia e la verità, spesso, è solamente il modo in cui si è deciso di raccontare il tutto.

Noi siamo, quindi, le storie che raccontiamo; Big Fish parla proprio di questo. Ogni persona è anche la narrazione di se stesso agli altri, un grande attore di monologhi il cui palcoscenico è il mondo intero. La narrazione stessa è il punto nodale della pellicola. Il raccontare storie diventa la storia. L’atto stesso del narrare diventa ciò che viene narrato.

Ed Wood (1994)

Nel 1924, a Puoghkeepsie una piccola cittadina nello stato di New York, nasce Edward Davis Wood Jr.

Ed WoodFigura poliedrica del cinema degli anni 50, la sua carriera ha spaziato non solo in quasi tutte le professionalità cinematografiche esistenti (attore, sceneggiatore, produttore etc.) ma anche in praticamente tutti i generi conosciuti della settima arte (dalla fantascienza, all’innovativissimo, per l’epoca, gender swap). Ottimista oltre ogni logica, Ed Wood passa la sua vita lontano da Hollywood, con solo un piccolo circolo di persone che credevano in lui e che lo aiutavano nella realizzazione delle sue pellicole.

Ed Wood è anche definito, tra le altre cose, il Peggior regista di tutti i tempi.

Con una biografia del genere è facile capire perché Tim Burton abbia deciso di trarre un film dalla sua vita. Ed Wood non è solo un perdente, Ed Wood è forse il più grande perdente che ci sia mai stato ad Hollywood (o meglio, fuori).

Burton cresce affascinato da questi prodotti di serie B o Z. Il suo Ed Wood è un omaggio a loro, una lettera d’amore verso un regista, anzi, verso tutto un tipo di cinema che nonostante gli innumerevoli limiti, gli errori, gli effetti speciali realizzati al massimo con gli oggetti trovati in cucina, riusciva comunque a creare dei prodotti in grado di far sognare, di emozionare.

Magari non tutti riuscivano a farsi conquistare da questo tipo di cinema, è vero, ma tra gli altri c’era sicuramente qualche bambino davanti alla tv che guardando i film di Ed Wood ne rimaneva estasiato. Tra questi bambini sicuramente ce n’era uno che avrebbe seguito i suoi passi, lo stesso che, anni dopo, girerà un film su uno di quei registi che amava da piccolo e che chiamerà Ed Wood.