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Questo è quanto successo nella Galleria d’Arte di Looking for Art dal 10 al 20 Maggio 2019. Di S.M.P. noto anche come Fratello Trasimaco

Saremo tutti Dorian Gray per 15 minuti.

Un’esposizione di Claudia Cuoco e Rossella Barbante.

-Ecco, adesso è veramente perfetto!-  Basil rimirava la sua opera dietro alla scrivania di legno bruno mentre Lord Henry e Dorian conversavano piacevolmente tra i cuscini del divano e le numerose sigarette che erano dediti fumare.

Al richiamo dell’artista si destarono come da un sogno e, ancora intorpiditi dalla magia dei discorsi con cui si stavano intrattenendo, lo raggiunsero vicino al tavolo.
-È la tua opera migliore, Basil, quanto di meglio tu abbia fatto- esclamò languidamente Dorian poggiando la mano delicata sulla spalla dell’amico. – È addirittura più bello del ritratto che mi facesti tempo fa. –

Basil arrossì di soddisfazione, quasi imbarazzato della profonda ammirazione che provava per sé stesso e per la sua opera. Poi si girò verso Lord Henry con lo sguardo carico di impazienza.

-E tu Harry? Cosa ne pensi, amico mio? Non ti piace forse?-

Rossella BarbanteL’uomo fissava l’opera conclusa e perfetta che aveva davanti. Era rimasto insolitamente muto e sembrava aver trasferito negli occhi scuri la solita loquacità squisitamente arrogante con cui dominava qualsiasi discussione. Sembrava volesse interrogarla, possederla, assorbirla, mai sul suo volto era comparso un interesse così deciso e morboso per qualcosa, nemmeno per i suoi interlocutori più cari.

-È di una perfezione e di una bellezza perturbante- mormorò infine Lord Henry in un filo di voce – mai avrei pensato di poter essere non solo simile ma addirittura più bello di Dorian.-

Basil, trionfante, si voltò nuovamente a rimirare la sua creazione. Sullo schermo del portatile collegato con il filo d’alimentazione alla presa alle sue spalle risplendeva un capolavoro di editing fotografico a dir poco sorprendente. Per ore aveva lavorato su contrasto, chiarezza e colore cercando la fusione perfetta tra i biondi ricci fluenti di Dorian e l’espressione penetrante di Lord Henry. Alla fine ci era riuscito: Harry era effettivamente più bello di Dorian.

C’era solo un problema però: né Lord Henry né Dorian Gray erano ormai mai esistiti.

Sarebbe stupido non ammettere che Il digitale ci dia la possibilità di essere tutti Dorian Gray. La bellezza è così facilmente a portata di mano nel magico mondo di Photoshop e simili che chiunque è ormai in grado di poterla afferrare o di pagare qualcuno per farlo al posto suo. Ma questa estensione orribilmente democratica ed egualitaria della bellezza (tendenza che, ahimè, non si limita solo all’immagine) non finisce inevitabilmente per uccidere la bellezza stessa? Sì, può anche essere, mi risponderete voi, ma solo all’ interno del mondo delle arti visive: il confronto con l’oggetto reale o con il corpo vivo non porterà poi ad una necessaria rivelazione della verità?

Non solo: ma anche prima dell’era digitale, i ritratti non rappresentavano anche un tentativo di rendersi più belli? Sicuramente sì. Ma c’è un passaggio che è obbligatorio considerare. Un passaggio fondamentale, che non solo ha irrimediabilmente stravolto il terreno delle arti visive, ma ha anche ribaltato radicalmente il valore di esistenza del mondo.

La fotografia.

Quella stessa fotografia che ha portato Baudelaire ad identificare due anime nell’arte, una transitoria della tecnica ed una eterna della bellezza, e a fiutare un’insanabile frattura nella pittura, ha stravolto l’ontologia. Partendo da Platone, l’immagine si era sempre configurata come imitazione più o meno dignitosa e significativa del reale. Una rappresentazione, un simbolo, un rimando, comunque sempre legato all’esistenza di un oggetto ispiratore. Dopo la fotografia le cose sono cambiate: chiedendo ad un’immagine di fare da testimonianza storica, da testimonianza di una realtà esistita, l’esistenza è scivolata progressivamente dall’oggetto al pezzo di carta, fino all’estrema conclusione che se non ne ho una prova visiva, allora non è mai esistito. Il digitale ha semplicemente inferto il colpo di grazia del delitto perfetto ai danni della realtà. Se infatti prima era necessario uno scatto con un referente davanti (che poi poteva comunque già essere contraffatto) ora l’immagine che doveva essere carta d’esistenza del mondo si poteva creare per vie interamente artificiose.

La realtà, come dice Baudrillard, era scomparsa, sterminata dal suo doppio. E se la realtà è scomparsa figuriamoci la bellezza. Ma che cos’è l’arte se non bellezza nel suo senso più generale?

Che quest’ultima sia poi nel brutto, nel sublime, nel perturbante infatti non ci interessa in questo momento. Non sono arte e bellezza da sempre indissolubilmente legate e se una muore, muore inevitabilmente anche l’altra?

Dobbiamo quindi dare ragione ad Hegel e ammettere una morte dell’arte? O forse l’arte, e la bellezza con lei, sono superiori alla realtà stessa?

Claudia CuocoAristotele, in proposito, sosteneva che la poesia sia superiore alla storia. Infatti mentre quest’ultima si rivolge al particolare, l’altra tratta dell’universale. Io non la penso in un modo troppo diverso: se riprendiamo le due anime dell’arte individuate da Baudelaire, quella transitoria è legata alla storia e alla realtà esistente ma quella eterna punta ad una realtà superiore che non potrà mai essere distrutta da nessun’immagine. E infatti, una volta accusati i colpi della fotografia e del digitale l’arte pittorica si è riorganizzata, forse lo sta ancora facendo, rivendicando una nuova autonomia dal referente (che non poteva imitare bene quanto uno scatto) nell’astratto e nel materico.

D’altro canto il digitale e la fotografia sono diventati mezzi per nuove arti, recuperando un referente immaginativo e reclamando un senso più profondo e simbolico al loro interno.
L’arte è viva e vive negli artisti che rincorrono quest’intuizione di senso da una tecnica all’altra. Quindi sì, forse saremo tutti Dorian Gray per 15 minuti, almeno da un certo punto di vista, ma quell’immagine di una bellezza perfettamente fittizia rimarrà comunque vuota, muta, morta. Potremo anche essere Dorian (morto) ma comunque non saremo mai Basil Hallward. Quel principio vivificatore che solo l’artista può infondere nella sua opera non morirà mai ne sarà mai di e per tutti. Continuerà a lottare e a collaborare con il mondo e la tecnica che lo circondano, trovando sempre un nuovo o antico cunicolo da cui sgorgare per manifestarsi in tutta la sua potenza di volontà.

Non importa se in analogico o in digitale, l’arte è téchne ma non tecnica. Con questo non intendo dire che esista un’arte assolutamente indipendente dalla sua tecnica: sarebbe stupido, svilente ed anacronistico. È ovvio che la tecnica sia indispensabile all’arte, tuttavia non la esaurisce minimamente, anzi la tecnica sta stretta all’arte quanto il termine moderno “tecnica” sta stretto a quello greco “téchne”, date le infinite stratificazioni di senso della lingua filosofica per eccellenza. L’arte è anche il richiamo, il fuoco dentro di noi di cogliere una verità estetica del mondo, non importa con quale mezzo.

Il mezzo è importante e ci sarà sempre, che sia la nave della poesia, il treno della pittura, la metropolitana della fotografia sta solo all’artista deciderlo per godersi meglio il viaggio ma il fulcro, il senso rimarrà quello del vagabondaggio nella ricerca creatrice.

Quindi, forse, se stai leggendo questo articolo o visitando questa mostra, una nuova aurora dello spirito dell’arte si sta già faticosamente facendo spazio tra le macerie del mondo postmoderno.