Seleziona una pagina

Di S.M.P. detta anche Fratello Trasimaco

In principio fu Chaos. Poi subito
Gea dall’ampio seno,per sempre sicura dimora di tutti
gli esseri immortali che possiedono la vetta dell’Olimpo nevoso,
e il Tartaro tenebroso negli abissi della terra dagli ampi cammini,
e quindi Eros, il più bello fra gli dei immortali
che scioglie le membra, e di tutti gli dei e di tutti gli uomini
doma nei petti la mente e l’assennato consiglio.

Esiodo, Teogonia

Il Chaos non è disordine. È uno squarcio.
Uno squarcio che apre alla Terra e la Terra, Gea, sull’abisso, il Tartaro, la Morte, l’ignoto.
Eros, il desiderio, è lì, primo e più bello tra gli dei immortali che si sporge dalla terra sull’abisso, oltre l’abisso, diventando principio vitale dell’universo.
Diventando vita, forza, sulla morte.
Vincendo la Morte.
Del resto, che cosa sarebbe la vita senza Desiderio?

Non è un caso che una delle frasi più celebri, inflazionate e forse non del tutto comprese di Schopenhauer sia: “La vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia”.
Spesso questa citazione viene frettolosamente collegata al Desiderio.
Un desiderio che porta dolore nella sua assenza e porta noia, una volta soddisfatto, nella sua presenza.
Il fiore di Zafón, che una volta tra le mani non si sa dove mettere e appassisce.
Ma è una interpretazione è banale che non tiene conto né del pensiero profondo dell’autore né segue il testo con troppa attenzione.
Il pendolo, infatti, è la vita, NON il desiderio, e per quanto vita e desiderio siano gemelli, restano pur sempre eterozigoti.

Blog2

Immaginatevi ora, un gigantesco pendolo che oscilla sullo squarcio abissale del Chaos. Alle sue estremità, due lembi di Terra brulla e dura.
Ecco, Eros non è il pendolo. Eros è la forza che lo spinge e vi spinge sull’abisso.
Se cercate di rimanere al sicuro sulla prima estremità, il dolore sopraggiunge, Eros vi costringe a sporgervi ma la paura dell’abisso è grande; così vi attaccate con entrambe le mani alla lancetta cercando di non guardare in basso e sperando di raggiungere la riva opposta.
Una volta arrivati a terra, però ,è la noia,su questa sponda, a sorprendervi. Perché Eros è di nuovo alle vostre spalle, pronto a spingervi per un altro giro.
Così, finite con il restare semplicemente attaccati.
Con tutte le vostre forze e gli occhi serrati, terrorizzati dall’idea di cadere e scomparire nel Profondo.
Del resto la visione di Schopenhauer è impietosa nei confronti della della natura umana: l’uomo è codardo ed il pendolo magnetico, l’unico destino possibile, salvo i casi di santità, è restare disperatamente aggrappati alla vita ed eternamente insoddisfatti di essa.
Eros si tramuta quindi in un implacabile ma irrinunciabile desiderio si traduce della vita, della sopravvivenza.
Simile d’immagine, anche se più ottimistica è la visione di Hobbes: non vi è un solo pendolo, una progressione infinita di pendoli a cui aggrapparsi nuove voragini da superare grazie ad una spinta, ogni volta diversa, di Eros . Un uomo come macchina desiderante, a cui Eros imprime il movimento, la cui “ la felicità è un continuo progredire del desiderio da un oggetto ad un altro”. Senza noia, senza dolore se non in caso di fallimento, solo “una inclinazione generale di tutta l’umanità, un desiderio perpetuo e senza tregua di un potere dopo l’altro che cessa solo nella morte. […] perché [l’uomo] non può assicurarsi il potere e i mezzi per viver bene, che ha al presente senza acquisirne di maggiori”.
Ma il punto, forse, non è né quello di Schopenhauer né quello di Hobbes.
Il punto non è il pendolo o dove esso conduca ma l’abisso sottostante.
Perché di nuovo, Eros non è il pendolo e nemmeno un lembo o l’altro della terra.
Eros è forza di propulsione, è ciò che si sporge, ciò che vi spinge oltre.
Sta poi a voi avere il coraggio di lasciare o meno la lancetta, di guardare in basso.
Del resto per l’etimologia stessa la parola desiderio (dal latino de- e sidus, stella) significa cessare di contemplare le stelle a scopo augurale, cessare di sperare i buoni auspici, avvertire una mancanza e trasformarla in ricerca appassionata. Ma forse, appunto, non è alle stelle, non è in alto che bisogna rivolgere lo sguardo.

Bisogna avere il coraggio di guardare in basso.
Chissà mai che, nell’abisso, non si trovino stelle su cui danzare senza cadere.