Seleziona una pagina

Scritto da Federico Guido

 

Partiamo da un numero: 780. Sono i chilometri che, in linea d’aria, separano Milano da Paterno. Cosa rappresentano queste due città per te?

Sono molto legata alla mia regione e questo lo si vede anche nei miei lavori. Milano invece rappresenta una svolta perché mi ci sono trasferita per frequentare l’Accademia di Brera e intraprendere la carriera artistica dopo il liceo fatto in Basilicata. Mia madre inizialmente, visto che studiavo tanto ed ero brava in matematica, avrebbe voluto che io seguissi ingegneria, architettura oppure medicina mentre io avrei fatto volentieri il liceo artistico ma purtroppo era distante da casa. Alla fine, la scelta è ricaduta sul liceo scientifico. Allora l’arte e la pittura erano solamente una passione a cui riuscivo a dedicare poco tempo.

 

La tua passione quindi nasce prima del tuo trasferimento a Milano?

Sì e questo lo devo molto al fatto di essere nata e cresciuta in una famiglia di creativi: mio nonno infatti era scalpellino, mio padre dipinge e scolpisce, mio zio fa il decoratore, mia cugina fa la blogger, uno dei miei cugini frequenta l’Accademia di Napoli, un altro fa il comico, un altro ancora il cantante… insomma vengo da una famiglia artistica (almeno da parte di padre) e tutti loro hanno contribuito a trasmettermi questo interesse.

 

Tra tutti c’è qualcuno in particolare che, in famiglia ma anche al di fuori di essa, ti ha incoraggiato e ha influenzato le tue scelte artistiche e di vita?

Credo mio padre. Vederlo dipingere da piccola ha fatto presa su di me. Io non ho mai avuto tempo per farlo fino alla fine del liceo perché avevo solo il tempo per studiare, non uscivo mai, figuriamoci dipingere. Anche all’Accademia, una volta arrivata, non è stato semplice specialmente per i primi 2 – 3 anni quando mi sono trovata in un mondo totalmente nuovo, con dei professori che insegnavano poco (nessuno ti spiega tecnicamente come si usa l’olio o come si intelaia una tela) e io mi sono sentita un po’ allo sbando. Persino il primo approccio con il professore di pittura non è stato dei migliori. Poi tuttavia, ho incontrato fortunatamente delle persone che mi hanno dato la giusta grinta, la giusta spinta e alla fine sono riuscita a trovare me stessa.

 

C’è un evento o un incontro che in questo senso è stato decisivo?

Intervista Barbante

Il primo sicuramente è stato l’incontro con la professoressa di decorazione (una tra le materie a scelta all’Accademia) di cui, all’inizio, avevo timore. Quando lei non approvò i disegni che le portai perché erano estremamente figurativi, decisi di non frequentare più le sue lezioni finché, inevitabilmente, non sarei stata costretta a dare il suo esame. Quando accade le raccontai la mia storia e, come risposta, mi suggerì di iniziare a fare tanti disegni di prova partendo da un materiale e un soggetto che mi piacessero. Decisi in quel momento di iniziare a fare paesaggi col carboncino. Quando tornai a mostrarglieli mi disse che li trovava bellissimi e, fra quelli, ne selezionò tre che mi consigliò di usare come basi per crearne degli altri. Da lì ho iniziato veramente a sentirmi me stessa, a sentirmi libera, libera da condizionamenti e dal figurativo che in un certo senso era qualcosa che mi teneva in catene e che mi toglieva il piacere di dipingere.

Assieme a questo c’è stato poi un altro episodio fondamentale. Dopo l’ultimo anno del triennio avevo trovato lavoro ed ero stata assunta come decoratrice e restauratrice presso l’Hotel Armani. A causa di questo impiego, il tempo per frequentare Brera era molto poco per cui capitava di andarci ogni tanto solo per consegnare dei documenti per la tesi. In una di quelle occasioni, un giorno incontrai casualmente il mio professore di anatomia che mi propose entusiasta di fare un’esperienza in Transilvania come ospite dell’accademia di Cluj-Napoca. Senza pensarci un attimo ho accettato e, alla fine, ne è venuto fuori un viaggio stupendo dove la cosa sorprendente è stata trovare davvero tante similitudini tra la mia Basilicata e quei paesaggi, quel verde e quelle montagne. Oltre a questo, ho avuto la possibilità di incontrare e conoscere persone importanti come Markus Lüpertz e Ioan Sbârciu. Alla fine, abbiamo fatto una mostra che si intitolava “Memoria” per la quale io, ispirata dal verde circostante, mi sono appassionata a questo colore e ho iniziato a dipingere paesaggi col verde.

 

Ecco, passando in rassegna le tue opere, ho notato che usi molto il colore ma il verde in particolare, adoperato in tutte le sue sfumature, prevale sugli altri. Perché questa scelta? Aiuta a esprimere meglio le tue intenzioni artistiche?

Dopo il viaggio in Transilvania, per almeno due anni ho studiato, scelto e lavorato coi verdi che mi piacevano di più e alla fine mi sono innamorata di questo colore. Non avevo mai avuto un colore preferito (mi piacevano tutti) ma con il verde finalmente ho capito cosa si provasse ad averne uno. Mi ha dato molta soddisfazione ma adesso me ne sto allontanando un po’. In ogni caso, a livello cromatico, tendo a scegliere sempre colori che si avvicinano alla natura, per cui è difficile riscontrare nei miei quadri tonalità come il fucsia e il viola. Non credo proprio mi appartengano. Poi mai dire mai nella vita: l’arte è il risultato di qualcosa che ti accade attorno, di impressioni, di esperienze vissute e inaspettate.

 

 

Hai parlato di natura che è chiaramente una tua fonte d’ispirazione. Nel rappresentare questa tematica ti rifai a qualche modello?

No, non mi rifaccio a qualcuno in particolare. Anch’io però, come tutti, ho artisti prediletti che mi coinvolgono maggiormente. Di solito chi guarda i miei lavori esclama subito “Turner!” che è una figura che mi piace ma a cui, quando ho iniziato a produrre quello che faccio, non ho mai pensato. Probabilmente mi ha influenzata inconsciamente. Parlando di artisti classici invece, mi piace molto Anselm Kiefer per l’uso che fa della materia, un qualcosa per cui anch’io ho un interesse particolare.

 

 

Spiegati meglio.

Dunque, all’inizio ho fatto tanti lavori su carta, un materiale che ho lavorato con parecchia soddisfazione incidendolo o graffiandolo con la carta vetrata, tecnica che mi ha consentito di ottenere dei segni che possono fare le veci della matita. Poi ho iniziato a sovrapporci l’olio, che adoro ma uso in modo improprio, molto più grezzo. Con questo, spesso ho fatto ricorso alla spatola, ho usato pigmenti e ho scoperto altri materiali che hanno suscitato in me un forte interesse come la polvere di ferro, la polvere di marmo e addirittura anche il caffè, fantastico per dar vita a una finta ruggine. Per un periodo ho proprio amato questo effetto, sono rimasta affascinata dalla sua consistenza (oltre al colore che ovviamente trovo molto naturale) e andandoci su con la pittura a volte l’ho sfruttato come base grezza.

Come supporto, ho usato anche la tela ma questa non mi ha mai dato grande appagamento. Magari l’ho usata anche con buoni risultati ma, in generale, se ad un certo punto sono passata alla tela l’ho fatto più che altro per una questione di comodità espositiva e per ragione economiche. Quindi ho deciso di abbandonarla. Ora in particolare mi sto dedicando a degli esperimenti: ho pensato di utilizzare i prodotti che vengono impiegati per gli isolamenti termici (per esempio pannelli di polistirene o di polistirolo) e trattarli con i rasanti, la polvere di vetro o con delle reti creando così una superficie resistente non liscia e un materiale forte che dovrebbe durare. Un’altra cosa che mi interessa e ho comprato ma ancora non ho utilizzato è la cera di carnauba.

 

Parlamene.

Intervista Barbante

Praticamente quest’estate ho iniziato a fare delle prove in Basilicata dove, dopo aver dipinto un pannello, ho sciolto delle candele che avevo a casa e ho utilizzato la cera prodotta per creare una superficie da lavorare con la spatola. Poi ho pensato ai problemi che la temperatura esterna poteva darmi in opere del genere e, facendo delle ricerche, ho scoperto che la cera di carnauba ha un punto di fusione molto alto che potrebbe essere ottima per i lavori che voglio fare. In generale, trovo la cera un materiale molto poetico e per questo vorrei impiegarlo.

 

 

Hai fatto un piccolo accenno al fatto che lavori a casa tua in Basilicata. Volevo chiederti: tendi a lavorare in studio o in spazi aperti? Di solito hai persone al tuo fianco o sei sempre da sola? Ti lasci magari influenzare da un dialogo che stai facendo, da una persona che è venuta a trovarti o anche dalla tv accesa oppure sei completamente nella tua bolla quando realizzi un’opera?

La maggior parte delle volte lavoro qui a Milano perché è dove trascorro più tempo. Qui ho preso da due anni una casa in cui ho una stanza in più che ho adattato a studio: per il momento infatti non ho ancora la possibilità di permettermene uno vero e proprio. In Accademia non lavoro quasi mai perché se sento dietro di me qualcuno mi blocco, quindi tendenzialmente lavoro da sola, in silenzio o con la musica giusta che seleziono in base al mio stato d’animo. In Basilicata sono molto meno limitata perché ho una casa molto grande con tantissimo spazio intorno e soprattutto immersa nel verde e nella natura. Lì lavoro dove mi pare e riesco facilmente ad organizzarmi. Il mio sogno, un giorno, è sganciarmi da Milano (che resta un luogo stimolante per le mostre e le esposizioni che propone) e coi contatti giusti aprire un mio laboratorio proprio in Basilicata dove lavorare liberamente, senza troppe limitazioni.