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Scritto da Federico Guido

 

Come nascono i titoli dei tuoi lavori? Parti dal titolo o questo arriva dopo.

Questo spesso è un problema. Non parto mai dal titolo anzi, la maggior parte delle volte faccio fatica a trovarne uno specialmente a quei lavori che nascono spontaneamente e che, intitolandoli, si rischia quasi di ingabbiare troppo dentro certi concetti.

 

Se potessi quindi non daresti mai un titolo ai tuoi lavori?

Dipende da cosa sto creando. Ti faccio questo esempio. Una delle prossime mostre a cui probabilmente prenderò parte avrà come soggetto l’ambiente e, in quel caso, io parlerò del petrolio, un tema che sento particolarmente mio visto che, per averlo, stanno distruggendo zone meravigliose della mia terra. Ebbene, attraverso la mia arte, vorrei denunciare il fatto creando un ciclo di opere con colori forti e scuri e incidendo su di esse le parole del titolo a cui ho pensato: “Dal petrolio non nasce nulla”. In questo caso è evidente come sia voluta partire dal titolo per concentrarmi su un concetto molto chiaro. Quando invece esibisco in generale la mia arte, che ha caratteristiche note, non ha finalità satiriche o politiche ma è istintiva, dare un titolo a ogni singola produzione mi sta un po’ stretta come cosa, lo trovo sinceramente un po’ stressante.

 

Abbiamo appurato che non ti piace affibbiare titoli alle tue opere etichettandole in un certo modo. Se però dovessi provare a definire la tua arte che termini useresti allora?

Direi sicuramente che è informale perché ho eliminato il disegno e mi sono liberata dalla costrizione della forma ma questo non vuol dire che io non sappia disegnare. Poi direi materica. Quindi, un’altra componente fondamentale (ma inconscia) che sottolineerei e che ha sempre animato le mie opere è la luminosità. Riguardandole, vedo sempre che c’è un punto di luce nei miei quadri che li allontana dalla monocromia e dalla piattezza. Questo mi ha aiutato a connotare quelli che io ho definito luoghi dell’interiorità, nuovi mondi e rifugi creati a mia misura e contaminati dall’immaginazione.

 

Hai parlato di luoghi e paesaggi connessi all’immaginazione. A tal proposito volevo chiederti cosa è per te e che ruolo ha la memoria?

La memoria è importante per me, tanto che ho partecipato a una mostra chiamata proprio “Memoria” e ho intitolato alcuni miei dipinti “Ruggine della memoria”. Il punto è che le cose che vediamo sono contaminate dall’immaginazione e quando passano e proviamo ricordarle, dato che la memoria è qualcosa di caduco, c’è sempre qualche dettaglio che viene meno o qualcosa che per sbaglio viene aggiunto. La memoria dunque contamina sempre quello che vediamo o abbiamo visto trasformando i ricordi in luoghi dell’immaginazione.

Intervista Barbante

Mi collego a queste tue ultime parole: le tue opere immagino dunque abbiano una gestazione piuttosto elaborata…

Sì, perché per quanto possano essere istintivi i miei lavori sono anche frutto di uno studio molto lungo. A livello tecnico poi li ripasso spesso, i miei quadri sono il prodotto di velature su velature, strati su strati che emergono. Sono il risultato di sensazioni diverse provate in giorni diversi, un racconto che si allunga nel tempo e quindi non legato a un singolo momento.

 

Personalmente, il fatto che la mia memoria non possa essere mai perfetta e che i miei ricordi possano essere intaccati da ciò che vivo nel presente mi ha provocato una sensazione d’ansia. Tu non l’avevi o non l’hai vissuta quando ti sei trovata ad affrontare questa tematica?

No, ansia mai anche perché quando dipingo sono felice e sto bene con me stessa. È una questione molto relativa. La riflessione sulla memoria è una mia semplice presa di coscienza di ciò che viene meno col tempo che passa e sulla continua invenzione di ricordi nuovi che si rielaborano.

 

Le tue opere contengono un astratto che richiama molto da vicino il reale: in questa dicotomia da che parte ti schieri? Rimani maggiormente attratta dall’astratto o sei più materiale, più realista?

Questa è una domanda difficile perché io essenzialmente sono materialista. Credo che viviamo una grande menzogna e penso sia questo, ovvero sapere come sia effettivamente la realtà, a spingermi ad astrarre con la pittura creando un mio mondo in cui posso fuggire e dove non ci sono elementi riconoscibili.

 

C’è un’opera a cui sei particolarmente legata?

Sì e a malincuore l’ho venduta. Si tratta de “I luoghi dell’immaginario”, una delle opere presentate in tesi al triennio che tra l’altro, all’inizio, non mi faceva neanche impazzire. Solo dopo averla appesa in salotto e riguardandola è iniziata a piacermi, facendomi sentire davvero bene e dandomi molta soddisfazione. L’ho venduta perché avevo proprio necessità di monetizzare in quel momento, però ci soffro ancora. Tutto tra l’altro è iniziato la sera che l’ho esposta a Looking for Art quando questa persona (che conosco) l’ha vista. Il giorno dopo mi ha contattata dicendomi che la voleva, io gli ho detto che non era in vendita ma dopo un po’ mi sono lasciata convincere. Sono contenta almeno di conoscere chi la possiede che è una cosa importante perché alla fine un’opera è come un figlio e, dandola via, è come se dessi via qualcosa di tuo.

 

A livello di emozioni ed esperienza cosa ti ha dato partecipare al Contest di Looking for Art?

È stata molto carina come esperienza, mi è piaciuta. Io ho fatto due serate dove ho avuto un bel po’ di riscontro e sono stata apprezzata. È stato bello parlare con la gente e ancora più emozionante il momento in cui la prima sera ho vinto. Mi è piaciuta molto anche l’esposizione che ho fatto nella loro galleria e che ha contribuito a farmi conoscere. Ora sto cercando di selezionare e aderire a progetti ed esposizioni per creare un curriculum forte.

 

Che ne pensi della loro volontà di dare spazio a giovani che magari non lo avrebbero fornendogli la possibilità di crearsi un nome?

Questo è molto bello e per questo mi piacciono molto. Mi piace il fatto che ci sia della gente competente in ogni settore che può dare il suo apporto positivo nella creazione di un progetto più grande.

 

Hai detto che stai selezionando i progetti e in quest’ottica volevo farti due domande sul futuro. Dove vedi te e la tua arte tra 5 anni?

Intervista Barbante

Questa è una domanda impegnativa. Sicuramente mi piacerebbe arrivare perché, lasciando il lavoro (il primo della mia vita) da Armani e preferendo stare senza soldi pur di dipingere, ho fatto una scelta coraggiosa. Sapevo che sarei andata incontro a delle difficoltà (che ho tutt’ora) ma d’altra parte sono felice di quello che sto facendo. Spero di, se esiste un Dio (e credo di no), riuscire ad ottenere dei risultati a lungo termine e un riconoscimento pubblico più ampio. Ad ogni modo già adesso, ogni mese c’è sempre qualcosa di nuovo e guardandomi indietro ho comunque fatto mostre importanti (Fondazione Mudima, Museo Diocesano, Accademia Militare oltre a quelle in Polonia e Transilvania) con cui ho avuto le mie piccole soddisfazioni. Per fortuna, dato che spesso faccio anche lavori che mi costano tanto, ci sono anche i miei genitori ad aiutarmi. Comunque, l’obiettivo per cui combatto ogni giorno è il successo.

 

Cosa ne pensi della pittura italiana contemporanea?

Allora ci sono cose che mi piacciono e altre meno. Quello che ho notato, ma magari mi sbaglio, è che si sta tendendo ad abbandonare la pittura utilizzando materiali molto contemporanei come ad esempio il plexiglass. Io invece cerco di dare un volto nuovo alla pittura, non abbandonandola ma sfruttando quello che ci offre la contemporaneità in maniera diversa. A me piace ancora l’odore della pittura e sporcarmi, cose che oggi noto stanno venendo un po’ meno. Ci sono molte più installazioni fredde e minimali dove ci si rifà al figurativo che a me non piacciono perché spesso sembrano campate a caso per aria e paiono essere frutto più di istintività che di tecnica. Per me la tecnica, intesa come qualcosa di personale e studiato, è sempre necessaria.

 

Quindi in sintesi cos’è per te la tecnica?

La tecnica è studio, studio del materiale e risultato di prove continue. Io con l’olio ho fatto così. Prendere il colore e buttarlo sulla tela per me non esiste. In questi casi usare la parola arte è un abuso, come quando vai su social e vedi certe cose etichettate con l’hashtag #art.

 

Perché dunque fare arte oggi? Cosa ti dà a livello personale?

Mi dà una speranza in un mondo artificiale come il nostro. La faccio per comunicare qualcosa di significativo che può cambiare la visione di qualcuno. L’arte non è solo una cosa fine a sé stessa, deve coinvolgere chi la guarda e deve trasmettere un messaggio, quello dell’artista che così si fa conoscere. Bisogna essere coerenti: se lo sei, riesci a portare avanti un discorso molto più ampio nel tempo.