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Scritto da Federico Guido

 

Come e quando hai iniziato a dipingere?

Tutto è successo abbastanza casualmente quando ho scelto di frequentare il liceo artistico senza avere un’idea ben precisa di cosa avrei fatto dopo. Lì ho imparato per la prima volta come dipingere e cosa fosse la pittura, sebbene oggi questo non sia un metodo che uso molto spesso perché mi stufa abbastanza facilmente. Non so spiegare il perché, preferisco usare l’acquarello piuttosto che la matita ma, se posso, non la pittura. Da quegli anni, grazie all’arte visiva ho poi sviluppato nel tempo un altro tipo di comunicazione.

 

Nelle tue opere quindi passi dall’acquerello all’acrilico fino al pennarello ma vari molto anche l’utilizzo dei supporti, cosa che denota tutta la tua versatilità. Come mai finora hai deciso di non fissarti su un solo materiale o un solo supporto per i tuoi lavori?

Non so, in realtà non ci ho mai pensato. Ho sempre scelto il supporto che si adattava meglio al tipo di lavoro che volevo fare. Probabilmente, riflettendoci un attimo, ho agito così perché mi annoio a fare sempre la stessa cosa e allora preferisco spaziare. Un’altra possibile ragione è che forse non ho ancora trovato ciò che mi soddisfa al 100%. Anche lo stato emotivo in cui sono in un certo periodo può influire. Alla fine, credo però effettivamente che la ragione principale possa essere la noia, una noia che provo perché sostanzialmente, a lavoro finito, non vedo nelle mie opere esattamente tutto quello che vorrei trasmettere.

 

C’è però un materiale e/o una tecnica che ti dà maggiori soddisfazioni di altre?

Sicuramente l’acquerello: amo stratificare la pittura. Anche usare il foglio da lucido mi dà un sacco di soddisfazione ed è questo il caso dell’opera che ho realizzato (“Essere in quanto essere”) in cui, seppur il segno sia molto povero e come manodopera non sia un grande lavoro, mi è piaciuto lavorare col foglio tutto accartocciato e creare questa specie di costellazione. Queste due sono quelle che più preferisco.

 

Solitamente come concepisci le tue opere: hanno una gestazione lunga o breve?

Nel caso particolare di quest’opera di cui ti ho accennato è stata abbastanza breve. Come per le altre mi sono lasciata ispirare dalle cose che vedo e, una volta creata un’immagine nella mia testa, ho cercato di riprodurla su carta cercando di darle un senso e comporre un filo logico con gli altri miei lavori precedenti.

 

Quindi le tue maggiori fonti di ispirazione le trovi nella sfera della quotidianità, corretto?

Si, oppure da passi letterari, post generici o anche libri che sto leggendo. Mi basta imbattermi in una frase particolare, un’immagine o un disegno realizzato da qualcun altro per trovare l’ispirazione e provare a fare altrettanto. È qualcosa che accade tutti i giorni, non c’è un momento in cui mi dico “Ok adesso trovo l’ispirazione”: di solito avviene per caso.

 

Alla luce di tutto quello che mi hai detto finora, se dovessi provare a definire la tua pittura e il tuo stile che termini useresti?

Sicuramente molto cangianti perché, come che dicevamo prima, non insisto molto su un solo aspetto. Poi certamente molto connessi con il corpo che ritengo fondamentale nella mia pittura: in quest’ottica essere una danzatrice influisce molto sull’arte pittorica e viceversa. Mi piace anche che le mie opere siano concettuali ed è il motivo per cui spesso i titoli non hanno apparentemente un nesso con quanto raffigurato nei miei lavori.

 

Ecco, come nascono i titoli delle tue opere?

Intervista ad Alessandra PasinaPer risponderti e farti capire meglio il mio rapporto con le parole ti faccio un esempio. Nella danza, durante un atto performativo generalmente la parola è assente ma io ricorro comunque a questa perché è talmente fondamentale e quasi sacra per me che ormai è una parte imprescindibile del mio linguaggio espressivo e della mia comunicazione. Tornando alla domanda, quando do un determinato titolo alla mia opera è perché, attraverso questo, voglio cercare di far capire a chi la guarda quale sia il senso, voglio incuriosire il fruitore, portarlo a documentarsi, chiedere, dargli uno spunto per riflettere. Venendo dalla danza (e specialmente da un certo tipo di danza) infatti mi piace che, nei confronti dei miei lavori, l’osservatore sia attivo, curioso e che, in base alla sua sensibilità, dentro di lui si inneschi un cambiamento.

 

Una delle opere che mi ha colpito di più si chiama “Aspirazioni ideali illusori e inconsistenti”: qual è stata la genesi di quest’opera?

Innanzitutto, voglio dire che tutte le mie opere sono legate tra loro: si parte con il “Sogno” e si arriva ad una “Fine”. In questo caso particolare stavo leggendo “Le notti bianche” di Dostoevskij, un romanzo piccolo ma che mi ha lasciato veramente tanto. Ad un certo punto del racconto l’autore descrive in maniera stupenda il sognatore (il protagonista di questo romanzo, uno che ha sempre la testa tra le nuvole e sembra vivere per aria) raccontando come costui abbia degli ideali illusori che sostanzialmente non lo porteranno mai da nessuna parte. Io mi sono rivista molto in questa descrizione e da qui ho preso spunto per quest’opera come per un’altra di questa raccolta. È un passo che mi ha veramente folgorato lasciandomi tantissime immagini e tantissime cose, tra cui il titolo.

 

A livello di composizione invece raccontaci il perché dei fogli di carta disposti sul compensato.

Sono appunti e frasi che rimandano alla fantasticheria, al sognatore. I foglietti fanno parte della mia necessità di comunicare le cose in modo molto chiaro tant’è che tutti questi sono mobili e si possono leggere da entrambi i lati. Attraverso questi faccio delle zoomate su alcune parole specifiche, anche negative (“cupi”, “taciturno”) che rappresentano stati d’animo in cui a volte mi imbatto anch’io. Anche questo fa parte dell’essere sognatore: non tutte le cose sono belle, alcune hanno dei pregi, altre dei difetti ma questo a me piace molto.

 

Forse è anche per questo tuo essere cupa che si spiega l’uso decisamente calibrato del colore in quasi tutte le sue opere. Tendi infatti più all’uso del bianco e nero con cui riesci a marcare tratti definiti e a dare più importanza a certi gesti: mi spieghi questa scelta?

La scelta è consapevole e l’ho fatta perché mi piace molto il contrasto. Amo che i colori si esaltino a vicenda e che diano una prima impressione più o meno forte a seconda di quello che sto dipingendo. Pensandoci ora probabilmente, aggiungo anche che questa scelta rispecchia il mio bisogno di trovare una via definita nella vita. C’è infatti chi nasce per fare una determinata cosa, lo sa e per tutta l’esistenza fa solo quello. Io invece, sia lavorativamente che nella società, non ragiono per compartimenti, faccio molte cose diverse e al momento la mia vita è molto nebulosa, non ha niente di definito. Questo bisogno di trovare una definizione lo riverso perciò anche nelle mie opere che, non a caso, presentano confini molto netti.

 

Una delle tue certezze è la danza: quanto e in che modo ha influenzato la tua passione e le tue opere?

La danza è una parte di me, un mio tratto identitario come lo sono i capelli neri, gli occhi marroni…È una certezza, un qualcosa che io ormai do per scontato e appartiene al mio modo di esprimermi. La danza mi ha portato tantissimo ad interessarmi al corpo e al corpo femminile in particolare di cui, frequentando un’Accademia di danza, ho visto tantissimi e bellissimi esempi, sia scultorei e muscolosi che morbidi. Questa curiosità e questo tipo di interesse mi hanno spinto ad avere una maggiore conoscenza del corpo, cosa che ovviamente ho sfruttato nelle mie opere. Il percorso nella danza quindi mi ha aperto tantissime finestre, svelato un sacco di altri mondi e sbloccato su più fronti. Ho compreso come tutta l’arte sia interconnessa, ovvero come non esista la danza, la pittura, la scultura (tutte cose che so o quantomeno ho provato a fare) ma solo una “grande arte” dove ciascun ramo si influenza a vicenda. In particolare, l’arte e la danza contemporanea si stanno avvicinando sempre di più e su più fronti: performance, interazione con le altre opere d’arte, ispirazione da un tale artista per riproporlo col movimento. Insomma, è stata fondamentale e lo è tutt’ora.

 

Che rapporto hai con il tuo corpo e la tua fisicità?

Intervista ad Alessandra PasinaSicuramente, come qualsiasi donna, il proprio corpo non piace mai fino in fondo e questo è inutile nasconderlo. Essendo una danzatrice questo meccanismo è ancora più accentuato perché, avendo bene in mente certi canoni e certe forme, è più facile maturare delle fissazioni mentali su un certo tipo di aspetto. Devo essere sincera: sono consapevole di avere anch’io queste fisse come, allo stesso tempo, di avere dei limiti e delle potenzialità fisiche ma accetto tutto abbastanza serenamente perché sono consapevole del fatto che, se mi pongo come obiettivo un certo fisico, so come ottenerlo. Il rapporto con il fisico porta sempre a migliorarsi ma bisogna essere coscienti del corpo che si ha e che si deve lavorare solo su quello. I giovani spesso questo non lo comprendono anzi, tendono più ad assomigliare a una persona invece che lavorare per migliorare sé stessi e quello che hanno.

 

Hai parlato di miglioramento. A riguardo, che obiettivi a medio-lungo termine ti poni con la tua pittura?

Sinceramente non lo so. Ora mi sto solo preoccupando di realizzare qualcosa, non so dove voglio arrivare. Nella vita sono una che pianifica e organizza tutto minuto per minuto però ho capito che questo approccio nell’arte non può funzionare perché causa solo stress. Sicuramente uno dei miei obiettivi è portare avanti il concetto (a cui credo molto) di una “grande arte” allargata, facendo capire che non ci sono tante arti diverse ma che ogni ambito fa parte di un unico grande compartimento. Quello del futuro, non lo nego, è uno di quei temi su cui mi spacco la testa dicendomi sempre che devo pormi degli obiettivi. Credo però alla fine che, con un atteggiamento attivo e continuando a far video, a far danza, a far quadri, prima o poi qualcosa di buono arriverà.

 

Parliamo un attimo di Looking for Art: a livello di emozioni ed esperienza cosa ti sta dando la collaborazione con loro?

Sicuramente mi dà uno scopo, non è una collaborazione fine a sé stessa. So che mi serve in qualche modo (anche se non so quale) e mi dà una grande possibilità per esprimermi. Senza di loro certamente nessuno avrebbe visto i miei disegni, nessuno avrebbe visto il video che esporrò alla mostra. Mi hanno dato la possibilità di far capire chi è Alessandra, magari non fino in fondo ma almeno incuriosendo un poco il pubblico.

 

Più in generale che ne pensi del loro progetto della loro volontà di dare spazio ai giovani che magari non ne avrebbero offrendo a loro la possibilità di costruirsi un nome?

Penso sia molto interessante specialmente nella società di oggi dove, purtroppo, è una prassi non dare il tempo che serve ad un artista emergente e considerarlo di valore inferiore rispetto a un grande artista già formato. Anche questi, come noi, in realtà sono partiti da zero. Credo perciò che alla base manchi la pazienza, lo noto tanto nelle persone: non c’è più la volontà di capire, di spendere del tempo per comprendere una cosa diversa da quelle a cui siamo abituati. Facciamo tutti i filosofi, parliamo di essere gayfriendly, politically correct e accogliere gli immigrati ma in realtà non c’è questa predisposizione ad aprirsi e capire il diverso. Questo un po’ mi dispiace perché ritengo che la diversità porti comunque sempre qualcosa (positiva o negativa che sia) in più. Ritornando alla domanda credo sia molto cool e sono contenta che ci sia qualcuno a Milano, una città molto frequentata, che dia visibilità ai giovani, a singoli artisti e che abbia a cuore a questo progetto. È una cosa molto bella.