Seleziona una pagina

Scritto da Federico Guido

 

Hai accennato brevemente a ciò che hai fatto e stai facendo ma come si è evoluto il tuo stile da quando hai iniziato?

Essenzialmente attraverso esperimenti. Tramite i social e gli artisti che ho iniziato a seguire nel tempo mi sono mosso in più direzioni, verso altre tecniche, altri strumenti e sconfinando anche nel digitale.

 

Victor TampeiCome definiresti quindi la tua pittura?

Espressionista, realista. Mi piace molto l’iperrealismo tanto è vero che all’inizio, ispirato da Joel Rea, mi sono mosso verso l’iperrealismo surreale: le mie prime opere infatti tendono in quella direzione. Ora certamente direi anche molto più foto-realista, un tipo di fotorealismo però contaminato da tratti mistici e astratti.

 

 

Parlando proprio di astratto e concentrandoci sui temi che hai affrontato nelle tue opere, in alcuni lavori come uno dei tuoi primi acrilici su carta e “Raining dreams” parli del sogno: perché hai scelto di rappresentare più volte questa tematica?

Il sogno fa parte del mio mondo surrealista costruito a partire dalle opere di Rea. Il sogno è qualcosa che accomuna tutti, qualcosa da raggiungere intraprendendo un percorso lavorativo o magari di studi. Il mio dipinto in acrilico su carta fa parte di una serie di concetti che ho voluto rappresentare e che tutti noi abbiamo in testa: il vero amore, l’ambizione, il potere, il sogno… Ecco, quest’ultimo è qualcosa che bisogna coltivare con passione e senza fermarsi mai. In “Raining dreams” invece c’è un’idea po’ più satirica perché ho preso come soggetto un bambino di Aleppo in un contesto di guerra tutto coperto di cenere e sangue: lui a quell’età dovrebbe avere in testa altre cose, cose più leggere come i cartoni animati che ho raffigurato cadere dalle bombe. Lì c’è la mia visione negativa della guerra, un evento che i giovani non dovrebbero mai vivere crescendo invece coi propri sogni e le proprie passioni da coltivare.

 

Hai parlato anche di amore e nei tuoi quadri spesso si riscontrano baci e abbracci. Quanto della tua personale sfera emotiva è presente nei quadri come appunto “L’abbraccio” o “Il bacio”? Quanto metti in gioco la tua sensibilità nei tuoi dipinti?

Dipende. “True Love” l’ho prodotto mentre stavo frequentando una ragazza con cui mi trovavo molto bene e con lei mi sono chiesto cosa fosse il vero amore e come lo si potesse definire. Ho capito allora che questo, alla fine, è un concetto che si evolve, un qualcosa di cui tutti cerchiamo il significato che però, col tempo, può cambiare. “Abbraccio” invece è un lavoro che ho prodotto per il Contest di Looking for Art. In quel caso mi piaceva l’idea del soldato che abbracciava la figura di questa donna che rappresenta una dolce morte: qui l’amore in realtà non è proprio per la donna ma più per la vita in sé.

 

Victor Tampei

In alcune delle tue opere ho notato che spazi dall’uso molto intenso e variegato di colori ad altre sfumature di bianco e nero decisamente evocative: che ruolo ha il colore per te?

Mi piace molto contrapporre bianco e nero e colore per rappresentare due mondi diversi e accentuare due concetti. Col colore sperimento molto: rappresentare le cose coi veri colori infatti non mi piace, piuttosto preferisco o un bianco e nero o un chiaroscuro a colori. Ora sto seguendo proprio questa linea che mi piace di più rispetto ai miei primi lavori fotorealistici. Un esempio è “Do you like It?” dove contrappongo la donna (che rappresenta un po’ tutti noi) a un mare di “like” virtuali molto colorati.

 

Sempre a proposito di contrasti, spesso tendi ad alternare e usare all’interno dello stesso lavoro linee rette o comunque degli elementi geometrici molto definiti e linee curve e sinuose (ad esempio quelle di una donna). Spiegaci questa tua scelta di ricorrere anche al contrasto geometrico per mettere ancora più in risalto il soggetto.

Anche questo contrasto è frutto di vari esperimenti fatti nel corso del tempo. In “Virgin”, ad esempio, ho usato dei filtri a rettangolo per completare la figura della donna che contrasta col bianco e nero. Credo che, sulla stessa linea, svilupperò altri quadri con figure geometriche differenti. In “Part of me” più che scegliere delle forme geometriche invece si è trattato di adattare i vari piccoli quadri all’interno della tela dove il soggetto è una ragazza tatuata: in questo caso i quadri coprono delle parti della donna stilizzata.

 

Come spesso accade nei tuoi dipinti tendi a far riflettere il fruitore della tua opera. A volte i tuoi soggetti paiono disegnati in maniera semplice ma dietro quella leggerezza e semplicità a livello dei tratti c’è un senso e qualcosa che vuoi dire. Spingere l’osservatore a farsi delle domande è una costante dei tuoi lavori?

A tal proposito ho parlato con Jago, uno scultore, che mi ha detto che le mie opere erano belle ma troppo intuitive. Questo mi ha fatto molto pensare ed in effetti devo concordare: in molti casi già dal titolo si capisce il significato. Ho iniziato quindi a studiare, a riflettere sul senso dell’opera e sull’eventualità di non far capire subito cosa io voglia intendere lavorandoci un po’ attorno. In questo modo, per esempio, ho concepito “Adamo e Eva”, una versione abbastanza ironica e attuale della loro vicenda con l’obiettivo di prendere un po’ in giro il mondo dei social perché, in sostanza, passiamo metà giornata a perdere tempo davanti al cellulare, a vivere le nostre relazioni attraverso questo strumento. Ai tempi dei nostri nonni l’amore ad esempio era certamente più romantico e il concetto si perdeva meno.

 

Volevo tornare brevemente su un’opera di cui abbiamo già accennato che è “Do you like It?”: su Instagram la descrivi dicendo “Il nostro ego è influenzato da cose positive o negative”. Quali delle due, a livello artistico, ti influenzano maggiormente?

Guarda, per farti un’idea ti dico solo che sui social ho messo il filtro ai follower seguendo solo gente in grado di influenzarmi positivamente. Prima ho passato anch’io un periodo di depressione social non sentendomi realizzato con quello che facevo. È un tema che mi ha influenzato molto. Ho passato quasi due anni a pensare che cosa avrei fatto e dove sarei finito in questo mondo dove non riuscivo a svoltare. Poi mi sono deciso a seguire solo persone positive smettendo di lamentarmi e diventando consapevole che in un modo o nell’altro avrei trovato la mia strada.

 

Stai cercando quindi in un certo senso di seguire la via giusta, “The Right Way”, come il titolo di una delle tue opere. Toglici una curiosità: tu verso che porta ti saresti indirizzato e perché?

Il meccanismo dietro a “The Right Way” è simile a quello del gatto di Schrödinger. Non si sa, le due vie possono essere entrambe ingannevoli. L’importante è seguirne una e andare avanti superando le peripezie e gli ostacoli lungo la strada. Per alcuni può essere semplice mentre per altri più difficile ma bisogna sempre tenere duro. Non è un caso che quel quadro sia volutamente dominato dall’immobilismo perché non c’è una via che è per forza corretta a priori e questo blocca tanto il soggetto del dipinto quanto noi.

 

Victor Tampei

Passando invece a cose più tecniche, come concepisci le tue opere? Lavori in studio o a casa? Quanto tempo impieghi a realizzarle?

Adesso ho cambiato casa e ho un piccolo studio dove dipingo. Prima facevo tutto in camera, poi ho scoperto che dipingere ad olio in quell’ambiente non faceva bene e ho smesso finché non ci siamo trasferiti e ho avuto uno studio a disposizione. Ho provato anche a dipingere in Brera ma sono un po’ troppo possessivo e tengo molto ai miei lavori per cui non voglio nessuno che mi osservi e mi influenzi. Non lascerei mai l’opera incustodita là quindi preferisco decisamente casa mia dove posso anche mettere la musica che preferisco. Ad ogni modo, tra lavoro, studio e lo sviluppo della bozza e dell’idea impiego parecchio a realizzare un quadro. Ci sono mesi in cui faccio tre o quattro opere e altri in cui ne faccio una o anche nessuna. Dipende essenzialmente dal periodo e dai miei impegni.

 

Come nascono i titoli delle tue opere? Per “Crisalide” ad esempio ti sei fatto consigliare sui social!

Ci sono artisti che non danno neanche il titolo perché non si sentono ispirati. Io sento di potermi rivolgere al mio pubblico che magari, vedendo un’opera, elabora un concetto e un buon titolo anche prima di me. Comunque, non mi piace particolarmente dare titoli ed è per questo che talvolta non lo metto o chiedo un aiuto esterno. Non parto mai dal titolo ma, se per questo, neanche dal concetto che spesso sviluppo in corso d’opera.

 

Molti tuoi lavori fanno riferimento e rappresentano segni zodiacali: credi all’oroscopo?

No, non credo molto all’oroscopo. La serie di dipinti coi segni zodiacali è iniziata perché mi piaceva molto il simbolo dei Gemelli (quello sotto cui sono nato). Una volta apprezzato e composto il primo però ho voluto, su richiesta dei miei amici, proseguire e così ho fatto “Taurus” e “Virgin”. Mi piacerebbe concludere la serie ma non credo lo farò subito, è più probabile che spalmi i lavori nel tempo.

 

A livello di supporti, hai usato più volte dei pezzi di puzzle nei tuoi quadri, uno dei tanti modi attraverso cui emerge la tua voglia di sperimentazione. Cosa ti piacerebbe sperimentare in futuro?

L’utilizzo del puzzle è dovuto all’aver già composto altre opere sul concetto di maschera e sicuramente mi piacerebbe fare altri lavori con questo strumento. Cerco sempre nuove tecniche ma ora, in particolare, vorrei sperimentare qualcosa col plexiglas che trovo molto affascinante.

 

Una chiusa sul futuro: dove vedi te e soprattutto le tua arte tra 5 anni?

Spero di essere milionario. Scherzo ovviamente. Non lo so, sinceramente penso al presente e non troppo in là. Guardandomi indietro sicuramente ho fatto dei passi da gigante che non mi aspettavo di fare in così poco tempo.

 

In questo tuo percorso l’esperienza con Looking for Art dove la collochi?

Loro mi han tirato fuori. Non sapevo cosa fare e loro mi han dato l’opportunità di emergere soprattutto grazie ai Contest che sono un’ottima esperienza. Mi hanno dato i mezzi per sviluppare un tema motivandomi e invogliandomi a far bene. È molto positivo e importante quello che fanno specie alla luce degli artisti presenti sulla scena contemporanea: è molto difficile emergere a quest’età e in Italia ancor di più. Credo molto in LFA e con loro spero di crescere.

 

C’è un’opera tra quelle che presenti nel loro catalogo a cui sei particolarmente affezionato?

Di certo ci sono opere che non vorrei vendere. Tra queste, quella a cui tengo di più è “Gemini” ma anche “The Right Way” mi piace parecchio e non a caso sono quelle che più mi rappresentano.

Victor Tampei