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Scritto da Federico Guido

 

Dall’Italia agli Stati Uniti e, per la precisione, a Duke University: come ti stai trovando negli USA e qual è la tua giornata tipo americana?

La mia giornata tipo è molto semplice: mi sveglio, vado in palestra, corro a lezione e studio come un disperato! La sera o dipingo (ma poco) oppure guardo qualche programma in televisione (adoro Masterchef) e poi vado a dormire. Il problema di vivere qui, a livello artistico, è che tutto è molto più quadrato rispetto alle abitudini che avevo prima: qua sono circondato dalla matematica a 360 gradi ed è un po’ più complesso, dopo una giornata di soli esercizi al computer, staccare la testa e mettersi a dipingere. Lo scorso semestre, ad esempio, non ho dipinto quasi nulla o quantomeno niente di cui possa essere contento. Al contrario, quando sono tornato per un breve periodo in Italia durante la pausa accademica ho subito prodotto due quadri che mi hanno dato molta soddisfazione. Si tratta di trovare essenzialmente un equilibrio. La promessa che mi sono fatto è quella di cercare di andare avanti in qualsiasi modo.

 

Di solito dove dipingi le tue opere e soprattutto, considerato l’impegno a livello di studio, quanto impieghi a comporle?

In generale, come sempre fino ad adesso, sono sempre andato one shot. È il mio modo di lavorare. In questa maniera per i quadri che realizzo dal vero impiego uno o due pomeriggi al massimo. Tendenzialmente non do mai velature (o ne do comunque molto poche) sia per una questione di tempo sia per una questione di gusto: non mi piacciono le cose perfette, apprezzo sempre di più ciò che è sporco. Anche in questi lavori comunque parto sempre da un disegno (sebbene sia davvero un pessimo disegnatore) che mi aiuta a capire se quello che sto per fissare sulla tela abbia un senso e possa veramente essere realizzato. Grazie ai miei recenti miglioramenti poi, non solo ho acquisito maggiore velocità in ciascuna delle fasi realizzative ma sto scoprendo anche nuovi modi per rendere il processo artistico più intrigante e divertente, adottando dunque un approccio meno scientifico e più entusiastico e rendendo più leggero e libero il gesto pittorico.

 

Cos’è cambiato quindi rispetto all’Italia nel tuo processo creativo e di composizione?

A livello di processo creativo personale, come dicevo, di recente ho capito che devo studiare di meno e divertirmi di più, specialmente perché ho meno tempo da dedicare alla pittura. Questo l’ho compreso con un esperimento fatto di recente sul quadro della Maria Maddalena di Savoldo (allievo di Tiziano tra la fine del 1400 e i primi anni del 1500), uno dei tessuti più belli e riusciti nella storia dell’arte. Seguendo sempre un approccio da studente, siccome non sono fortissimo nel drappeggio, ho deciso di cimentarmi nella sua riproduzione ma il risultato è stato che non l’ho finito. Allora l’ho portato in Italia per provare a terminarlo ma mi sono dimenticato negli USA computer e immagine da riprodurre. A questo punto ho detto basta e ho capito che per quanto lo studio sia essenziale (per imparare a dipingere bisogna rifare i quadri dei grandi come Freud, Tiziano, Chardin) personalmente credo di doverlo mettere da parte. A dimostrazione di ciò, seguendo questa filosofia di recente ho prodotto due quadri di cui sono molto contento.

Poi c’è un altro discorso. Gli Stati Uniti sono la terra delle opportunità e, secondo me, sono sia un po’ avanti che un po’ indietro: se da un lato non ne capiscono un granché di arte, dall’altro danno moltissimi input a riguardo. Ti faccio un esempio: ho conosciuto un ragazzo del secondo anno che, oltre ad essere un ottimo jazzista, ha anche una spiccata sensibilità artistica e con lui ho partecipato a un concorso locale sull’arte fatta attraverso l’artificial intelligence che consisteva nel creare un’immagine a partire da un algoritmo del computer. Abbiamo quindi preso immagini di strumenti musicali e animali, le abbiamo inserite e combinate nell’algoritmo e ne è venuto fuori un risultato abbastanza interessante. Il prossimo passo è riprodurre questa immagine su tela che rappresenterebbe la terza tipologia di reinterpretazione dello stesso soggetto.

 

Hai accennato alla tecnica: secondo te in che percentuali tecnica ed estro devono essere presenti in un artista per definirlo come tale? In poche parole, propendi più per la tecnica o l’estro?

Alessandro Zito

Carmelo Bene diceva che, quando Van Basten segnava e tutti quanti allo stadio alzavano le mani, quello era il gesto di teatro più unico di tutti anche se non possedeva nulla di teatrale in senso stretto. È lo stesso principio di Deontay Wilder (campione del mondo dei pesi massimi, bronzo a Pechino 2008, 42 incontri disputati senza k.o.) che ha una tecnica veramente imbarazzante perché ha iniziato tardi a boxare (il motivo è stato raggranellare dei soldi per le cure della figlia gravemente malata) ma è campione del mondo. È inguardabile ma arriva dritto al punto, è mostruoso. Questo per dire che a livello tecnico si può essere molto bravi ma poi si può anche non trasmettere nulla. È anche vero il contrario: si può essere emotivamente molto forti ma anche non avere i giusti mezzi per riuscire ad incanalare questa sensibilità. La tecnica dunque, secondo me, è ciò che tiene viva l’ispirazione e consente di arrivare sempre ad un risultato: senza di essa, a meno che tu non abbia una marcata predisposizione, quello che puoi fare è molto limitato e conseguire dei risultati diventa molto difficile. È molto importante poi anche capire come usare la tecnica ossia scegliere se utilizzarla o meno. Lo dimostrano casi come quelli di Mondrian, Pollock e Picasso dove la tecnica si confonde con la semplicità. Un esempio attuale invece, secondo me, è Roberto Ferri, pittore italiano classe 1978, che a livello tecnico trovo meraviglioso. Non si può proprio dire che non sia strabiliante ma il suo tipo di poetica non va oltre quello. È incredibile ma nessuno sa chi è e come lui, per fare un altro esempio, Cabanel (contemporaneo di Manet e Monet). Ad ogni modo, la tecnica fondamentalmente è il medium che ti consente di fare ciò che vuoi e per questo è importante. Non puoi muoverti senza un’impalcatura del genere ma, detto questo, non puoi esibirne troppa.

 

Facciamo un breve passo indietro: come e dove nasce la tua passione per la pittura?

Non ne ho la minima idea. Non lo so e non mi interessa saperlo. Posso dire che sono sempre stato molto curioso e ho sempre preso gli input che mi arrivavano dall’esterno cercando di riprodurli in qualche modo: ho suonato la chitarra, il basso, ho fatto tantissimo teatro…la pittura è qualcosa che è venuto fuori molto tempo dopo come naturale continuazione: nel teatro ero arrivato a un livello tale per cui non potevo andare più avanti. Avrei potuto proseguire infatti frequentando una scuola professionale e quindi tornando a rifare le stesse cose che avevo fatto fino ad allora ma quando non ho superato la seconda fase dei provini al Piccolo Teatro di Milano ho detto basta. In quel momento è stato fondamentale Pietro (Cusi, Head of HR di Looking for Art), che mi ha contattato e, sapendo che avevo realizzato due quadri per conto mio, mi ha incoraggiato a partecipare al Contest di LfA. Allora ho accettato e mi ci sono cimentato con serietà, andando da un maestro di pittura e cominciando a produrre le mie tele in modo professionale. La vittoria dunque è stata una conseguenza: senza quel tipo di impegno profuso (oltre alla fortuna e ai tanti amici disposti a seguirmi) non sarebbe mai arrivata. A mio parere inoltre, ha giocato a mio favore il fatto di non aver eseguito il “compitino” come qualche d’un altro. Pensavo infatti che chi uscisse da Brera mi surclassasse e invece mi ha stupito la mancanza, se non di profondità, quantomeno di tecnica da parte di molti ragazzi. A tal proposito, mi sono reso conto invece che i miei studi scientifici sono risultati molto più utili, a livello di approccio, analisi e determinazione, non solo per vincere il Contest ma anche nel provare ad avviare un percorso da pittore.

 

Ci sono delle figure all’inizio e durante il tuo percorso che ti hanno incentivato e che sono state centrali nello sviluppo della tua carriera?

Alessandro Zito

Il maestro Guido Buganza (anche pittore e scenografo) sostanzialmente è stato il mio principale riferimento: la mia grande fortuna è stata quella di averlo incontrato quasi per caso e di essermi innamorato di quello che faceva e come lo trasmetteva. Lui tuttora è una figura centrale ed è quella a cui devo di più. Ovviamente poi sono importanti tanto la mia ragazza quanto la mia famiglia, figure in grado di incitarti sempre e darti la serenità e la libertà mentale per migliorare. Un’altra personalità importante, specialmente nel periodo antecedente l’esposizione, che devo assolutamente citare è Margherita Guadagni, mia insegnante di scultura per un breve periodo. È stata molto importante quando, a ridosso della laurea, volevo fare una mostra ma non sapevo che cosa fare e non riuscivo più a dipingere: in quella circostanza è stata fondamentale, riuscendo ad incanalare la mia energia creativa nella scultura e permettendomi di approfondire le mie conoscenze in materia. Nonostante questa esperienza però ribadisco che continuo a preferire la pittura alla scultura: dipingere per me ha qualcosa di magico, di mistico, una misticità che andrebbe indagata lungamente. Io però ora non ho il tempo per affrontare questa analisi col rispetto che meriterebbe per cui, al momento, la pittura per me resta solo una passione.

 

Passando dalle figure che ti sono state vicine a quelle che invece ti hanno ispirato, chi ha pesato di più nella definizione del tuo stile o nella composizione delle tue opere?

Inizialmente sono partito facendo grattacieli e schizzi quindi potrei dirti Pollock ma l’ho fatto con una sana ingenuità. Poi molto è cambiato quando ho conosciuto Buganza. Diceva Nietzsche: ogni maestro ha un solo allievo e questo gli diventa infedele perché è destinato anche lui a diventare maestro. Io ancora sono un po’ lontano da compiere questo passo, forse l’esperienza americana (e lo spero) aiuterà. Di certo, quello che produco segue la via indicatami da Guido che, a sua volta, ha realizzato opere seguendo gli echi di Lucian Freud (quello che ammiro di più, lo trovo davvero notevole), di Felice Casorati, di Georges de La Tour, De Chirico, De Pisis, Morandi… indubbiamente quindi tanta Italia del ‘900. Nonostante queste muse, il mio stile e la mia pittura vengono principalmente da ciò che non è pittura, ovvero dal teatro, dalla vita reale, da passate esperienze che hanno influito e tutt’ora influenzano le mie scelte, i miei soggetti e il mio stile.

 

Alla luce di quello che mi hai appena detto se dovessi provare a definire sinteticamente la tua pittura che termine useresti?

Non saprei catalogare la mia pittura, non ho mai avuto l’esigenza di darmi un’etichetta. Potrei dire che è ancora una pittura ingenua e che è reale nel senso stretto del termine. All’inizio poi (oggi non è più così) poteva essere anche un filo supponente, carattere che per fortuna ha perso col tempo. Ora perciò, per usare un altro termine, è certamente anti-competitiva. Guardandola infine da un punto di vista tecnico, è figurativa e assolutamente non astratta. Non ho niente contro l’astratto ma questo è già stato ampiamente sviscerato mentre la natura, la vita e il reale invece hanno sempre qualcosa da dire in più rispetto a quello che già si conosce.

 

C’è un’opera invece a cui sei più affezionato di altre?

Alessandro ZitoNel ritratto che ho fatto di mio nonno, nonostante sia un quadro di transizione, c’è molto di mio sia in termini affettivi che tecnici. In questo caso il soggetto pittorico era molto più complesso rispetto ad altri e, per quanto presenti delle imperfezioni, è stato davvero importante realizzarlo con una buona struttura e una buona sintassi generale. Questo è certamente il lavoro a cui sono più affezionato, un’opera legata a più riprese con Ceglie Messapica, città natale dei miei genitori, dove vive mio nonno e dove ho partecipato anche ad un concorso. Parallelamente, c’è un’altra tela molto importante per me che è “Monologo con sigaretta” dove il soggetto ritratto è mia cugina: quello posso davvero definirlo un Quadro con la “Q” maiuscola e non a caso l’ho venduto. Anche gli ultimi due lavori che ho fatto mi piacciono moltissimo, forse perché ho utilizzato un approccio leggermente diverso nella fase di composizione. Tra le mie copie di quadri altrui invece, se dovessi indicare quella a cui sono più affezionato, direi lo studio su “Boy Smoking” di Lucian Freud.