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Scritto da Federico Guido

 

Hai parlato di tuo nonno, di volti, di gesti, di cose concrete e quotidiane. Come avviene la tua scelta del soggetto nella sfera della quotidianità, cosa ti spinge a cercare nel quotidiano esattamente quello che poi tu ritrai?

Non faccio scelte a tavolino: le volte infatti che, in maniera premeditata, ho deciso di rappresentare un determinato soggetto non sono mai riuscito a produrre niente di buono. Dunque, la selezione dei soggetti nasce da spunti, idee o, ancora meglio, dall’osservazione di ciò che mi circonda che è un approccio di stampo teatrale: per Stanislavskij l’attore doveva essere in costante osservazione dell’ambiente circostante e, allo stesso modo, per me deve esserlo il pittore. La scelta di pescare dalla quotidianità non deriva da necessità o urgenze particolari, è semplicemente quella che al momento trovo più interessante. Di sicuro cerco soggetti naturali e il meno costruiti possibile tanto che, se noti, in nessuno dei miei quadri il soggetto guarda l’osservatore ma è, al contrario, immerso in un gesto: è questo il caso sia di “Valentina (Warm-Up)” che di “Monologo con sedia (Marco)”, opere dove ho scelto di ritrarre uno solo dei tanti frame e immagini a disposizione delle rispettive scene. Tutto ciò rientra nel percorso che ho seguito finora che parte dal colore e passa poi attraverso l’inserimento e accostamento graduale di forme, luogo, figura umana e movimento. Adesso ho ripreso con la stasi ma non so in che direzione andrò e non mi interessa saperlo.

 

Da 1 a 10 quanto ha inciso il teatro su di te?

Venti! È stato il primo amore e non si scorda mai. Ha influenzato aspetti come il modo di parlare, la dizione e l’approccio con le persone. A livello di personalità ha fatto emergere dei tratti che altrimenti non sarebbero emersi. Sia l’attività di teatrante che lo studio del teatro e dei suoi protagonisti (da Shakespeare a Cechov fino ai più moderni) sono stati poi fondamentali per affinare lo spirito di osservazione e la comprensione artistica e dei significati. In generale, mi ha fornito una chiave di lettura nuova e un approccio artistico differente.

 

Hai parlato di cambiamento e, vedendo i tuoi quadri, ci si rende conto che sei passato attraverso fasi diverse (una un po’ più surreale all’inizio, un’altra più recente molto più realista): cosa ti ha dato ciascuna e come è avvenuto il passaggio da una all’altra?

Alessandro ZitoIl passaggio è avvenuto in maniera naturale, seguendo quel filo logico a cui ho accennato prima (colore, forma, spazio, persona, movimento) e che ho sempre desiderato seguire. All’inizio ho intrapreso una determinata via più che altro per una mancanza di tecnica, fiducia e soprattutto consapevolezza. Quando poi, quadro dopo quadro, ho iniziato a cancellare quello che facevo e a non trovare più la necessità di doverlo fare, allora ho capito che era il momento di andare avanti con qualcosa di diverso e cambiare direzione. Entrambe le fasi mi hanno lasciato comunque molto perché, alla fine, ogni quadro che realizzi ti permette, da un lato, di aumentare un poco la tua consapevolezza (e inconsapevolezza su altri fronti), dall’altro di aprirti verso strade e mondi ignoti tutti da scoprire. Ora ascolto molto di più quello che ho voglia di fare, quello che la mia mano e il mio estro mi dicono. È inutile proseguire sempre su strade già ampiamente battute nel tempo da altri ed è per quello che, ad esempio, una parte della mostra che ho fatto per LfA si chiamava “Fallen Pieces” dove appunto, caduti i pezzi precedenti, i quadri non sono mossi da alcuna necessità. È proprio questa che ti porta ogni volta a cambiare di continuo e a farlo tentando di seguire un filo logico per affermare la riconoscibilità dei tuoi lavori. Ora però, dopo un periodo iniziale in cui volevo fermamente essere riconoscibile, non è questo che sto cercando, non ho e non voglio avere questo tipo di arroganza.

 

Passando attraverso due fasi differenti, ho notato anche che è cambiato il tuo modo di utilizzare il colore: sei passato da un uso un po’ più vigoroso a uno più distensivo e controllato. Cosa rappresenta per te il colore?

All’inizio effettivamente c’è stato un tentativo personale (abbandonato quasi subito) di attribuire un significato al colore. Secondo me non però non ne ha, è semplicemente un mezzo molto bello (anche fisicamente, amo il tubetto) che tuttavia non rappresenta niente perché si tratta solamente di un qualcosa che viene percepito. Perciò, quando tu parli di un colore più controllato è perché dietro quella scelta c’è una percezione, un’osservazione del colore che prima non era così acuta o sviluppata. Poi, sinceramente, devo ammettere che a volte non sono totalmente padrone di ciò che faccio e quindi anche della scelta dei colori per cui, ad esempio, mi trovo più a mio agio a riprodurre un colore (e anche questo spiega la gestione controllata che si nota) che a provare ad accentuarlo. Mi piacerebbe molto iniziare a dare un colore di partenza molto più vivo alle mie tele rispetto allo sfondo biancastro o giallognolo che ho usato sempre fino ad adesso. Questo aprirebbe nuovi scenari a me e renderebbe più interessante certamente la mia pittura.

Alessandro Zito

 

Hai trattato a lungo la dicotomia tra luce e ombra. Cosa ti ha dato lo studio di questa tematica a livello tecnico?

Al tempo del Contest, guardavo all’ombra come un non oggetto in grado però di farti percepire gli oggetti nella loro dimensione. Per questo valeva la pena studiarla e, se poi effettivamente l’ho fatto, molto ha inciso la scelta di rifare, come primo quadro in assoluto, un Rembrandt. Lasciando stare la resa (che definirei simpatica), quella tela è il primo frutto di uno studio che poi mi sono portato dietro per parecchi anni e che mi ha dato maggiore consapevolezza dello spazio in pittura. Più avanti, ho vissuto momenti in cui è stato proprio divertente segmentare le varie ombre e analizzare la posizione delle luci e il colore. A quello in realtà sono ancora interessato ma ora l’ho un po’ messo da parte perché prima devo studiare delle altre cose.

 

Cosa ne pensi quindi della pittura italiana contemporanea?

Mi trovi poco preparato perché non conosco molto bene la pittura italiana contemporanea. Ti potrei citare Roberto Ferri di cui ti ho già parlato. In generale però non sento parlare di movimento perché ormai ognuno vive sulla sua isola felice. Di sicuro, noto che non riusciamo a liberarci del Rinascimento sotto certi punti di vista e questo non fa bene perché, in molti casi, si finisce per scambiare un’opera d’arte a tutto tondo con ciò che in realtà non è nient’altro che puro gesto tecnico. C’è da dire che l’Italia non aiuta nel far conoscere la pittura italiana contemporanea alle persone. Di fatto alla gente vengono riproposti sempre gli stessi pittori e questo l’ho notato tornando a Milano dove ho visto esposizioni su De Chirico, il Guggenheim e De Pisis. Sono bellissimi ma li avevamo già visti.

 

Cosa ti ha dato l’esperienza (esposizione, vittoria del contest…) fatta con LfA?

Alessandro Zito

È stato fondamentale perché sono stato benvoluto e ho ricevuto una serie di trattamenti che sono stati molto apprezzati. Mi hanno supportato fin dall’inizio e ho creduto molto in LfA sia partecipando al Contest in maniera serie sia proseguendo il dialogo con loro attraverso l’esposizione. Essenzialmente rappresentano il motivo per cui ho iniziato a dipingere. Apprezzo molto anche le iniziative che fanno e il fatto che portino seriamente l’arte in giro per Milano. Adesso mi sembrano molto ben focalizzati nel realizzare un lavoro di qualità, concentrandosi sul gusto e sulla selezione degli artisti. Arriveranno da qualche parte, sono bravi.

 

Ultima domanda: dove vedi te e la tua arte tra cinque anni? A riguardo, intendi trasferirti definitivamente negli USA o tornare?

Sono solo al primo dei miei quattro anni negli Stati Uniti: un eventuale trasferimento qua dipenderà molto dalle occasioni che capiteranno sottomano. A livello artistico sento di poter coltivare la mia passione per la pittura ancora a lungo per cui tra cinque anni mi vedo sempre col pennello in mano. Riguardo al dove sarò, non lo so, è ancora troppo presto per parlarne. Credo che comunque alla fine, per la mia famiglia, i miei amici, la mia ragazza, la bellezza del mio Paese, tornerò in Italia.